2009. Tara, la barca che ha sconfitto i ghiacci del polo Nord

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Una vita alle deriva

Tratto dal Giornale della Vela del 2009, Anno 35, n. 5, giugno, pag. 64-75.

Tre nomi, tre proprietari per la barca che ha cambiato il modo di esplorare le zone polari. Antarctica, Seamaster, Tara sono i nomi della barca che ha realizzato l’impresa per la quale è stata creata: conquistare il polo Nord.

Tre nomi e tre proprietari per la barca che ha cambiato il modo di esplorare le zone polari. Antarctica, Seamaster, oggi Tara, più di ogni altra unità a vela si è spinta più vicino agli estremi cardinali del globo.

Solo due barche nella storia sono riuscite ad attraversare il polo Nord: Fram nel 1896 e Tara nel 2008. Imprigionate nella morsa distruttiva del pack, sono state trascinate dalla banchisa, a secco di vele, dal nord della Siberia sino al largo della Groenlandia. La deriva artica di questi due scafi è solo la parte emersa dell’iceberg della loro vita che sotto il livello del mare cela decenni di esplorazioni agli antipodi, di uomini assetati di conquista e di conoscenza. Fram, ideato dal finlandese Fridtjof Nansen per l’attraversamento del polo Nord, ha poi accompagnato Otto Sverdrup e Roald Amundsen, rispettivamente alla scoperta delle isole artiche canadesi e alla conquista del polo Sud. Un secolo più tardi altri tre uomini, Jean-Louis Etienne, Sir Peter Blake ed Etienne Bourgois, compongono le lastre di ghiaccio della banchisa del nostro articolo su Tara.

Il sogno di Jean-Louis Etienne

Antarctica, questo il primo nome di Tara, nasce 20 anni fa dal sogno di Jean-Louis Etienne medico amante della banchisa, con all’attivo dieci anni di spedizioni polari tra cui un attraversamento del polo Nord a piedi. Etienne ha due idoli, Henry Shackleton al Sud e Fridtjof Nansen al Nord, guarda caso entrambi accompagnati nelle loro gesta da una barca mitica. Ispirato dal centenario della deriva Artica del Fram, previsto di lì a poco, anche Etienne decide di creare un veliero unico, in grado di ripetere quell’impresa mai eguagliata. Il progetto, folle per alcuni, è quello di costruire una barca a vela in grado di ospitare per tre anni, in maniera autosufficiente, 14 persone al riparo dalle creste di compressione (enormi lastre di pack che si scontrano) e da temperature sotto i -40° C. L’unico modo per farlo è riprendere l’intuizione vecchia di un secolo di Nansen e del progettista Colin Archer, che dotarono Fram di una carena che sfuggisse alla pressione brutale del pack scivolando sopra alla banchisa. “Arte pugilistica dello schivare” la definirà Olivier Petit progettista coinvolto nell’ideazione della barca di Etienne insieme al suo collega Luc Bouvet e all’ingegnere Michel Franco. Attraverso un lungo lavoro di sviluppo, la “grossa balena”, soprannominata così per la forma panciuta che assume lo scafo rovesciato durante la costruzione, tocca l’acqua il 10 maggio 1989. Il polo Sud è la prima destinazione di Antarctica, da qui il nome, dove viene utilizzata per 7 mesi come base logistica per una spedizione transantartica internazionale su slitte trainate da cani. Finita la missione, il “mammifero di ferro” rimane per altri 6 anni impegnato in diverse attività a vocazione scientifica e pedagogica all’estremità sud del pianeta ben lontano dalla desiderata deriva artica. Quando appare ormai difficile trovare un finanziatore disposto a investire su una barca che si sarebbe isolata per tre lunghi anni ai confini del mondo, nel 1995 i fondi sembrano arrivare. Etienne compie un invernaggio di prova allo Spitzberg (isola norvegese bagnata dal mare glaciale artico) per verificare i consumi e provare gli equipaggiamenti prima della deriva transpolare prevista per l’anno successivo. “Bisogna seguire la via dei propri sogni anche quando la strada è impervia” era solito dire Jean-Louis ma a un passo dalla sognata impresa lo sponsor si tira indietro e il medico francese è costretto a cedere la sua amata creatura rinunciando al progetto.

 

Tara, prigioniera dei ghiacci, durante una tempesta di neve e vento.

 

L’ultima sfida di Sir Peter Blake

Vendere una barca nata per la deriva artica è come vendere una navicella spaziale, non sono molti i potenziali acquirenti. “L’astronauta” giusto si presenta dopo un anno e mezzo, è il Sir neozelandese dal calzino rosso Peter Blake che in mare ha vinto tutto, dall’altura classica della Sydney-Hobart, alla dura Whitbread intorno al mondo, al record di circumnavigazione senza scalo sino alla storica duplice vittoriosa campagna di Coppa America del 1995 e del 2000. Con Antarctica, che ribattezza Seamaster, vuole vincere la sfida più grande: “proteggere la vita intorno, sotto e sull’acqua”. Stanco di vedere il pianeta ammalarsi, vuole osservare gli ecosistemi globali nei punti di maggiore fragilità (i poli, i grandi fiumi, le foreste ecc). Seamaster si dimostra il mezzo migliore per esplorare gli angoli più reconditi del pianeta. L’incredibile isolamento termico, unito alla deriva mobile e ai timoni retrattili, rende la barca idonea ai climi torridi, ai bassi fondali della navigazione fluviale quanto alla navigazione polare. Nel 2000 Blake inizia il suo programma di esplorazioni quinquennale (all’interno del quale è inserita anche la deriva pensata da Etienne) con il sostegno delle Nazioni Unite. Trascorre quattro settimane nei Mari Artici proseguendo lungo la costa brasiliana fino alla foce del Rio delle Amazzoni che risale per 1245 miglia. Il 6 dicembre 2001 Seamaster, ancorato al largo di Macapa, viene assalito dai pirati. Sir Peter Blake viene ferito mortalmente. Nel suo diario di bordo una legenda spiega il senso delle sue esplorazioni ambientali: In occasione di un grosso incendio, tutti gli animali della foresta cercavano di fuggire. Soltanto un piccolo colibrì continuava a raccogliere nel becco poche gocce d’acqua dal fiume per volare e gettarle sul fuoco. Alcuni animali chiesero al colibrì perché si sforzasse tanto per un gesto così piccolo, che comunque non sarebbe bastato a spegnere l’incendio. Se solo tutti facessero un gesto così piccolo… rispose il colibrì”. Lady Blake mette in vendita Seamaster a patto che l’acquirente prosegua il percorso di suo marito Peter.

 

In alto, Seamaster sul Rio delle Amazzoni con davanti Iguana, la barca da fiume di 18 metri con cui parte dell’equipaggio proseguirà l’esplorazione attraverso l’Orinoco, fino in Venezuela.

 

Etienne Bourgois, finalmente alla deriva!

Il francese Étienne Bourgois, direttore generale della casa di moda agnès b., accetta le condizioni di Lady Blake e acquista Seamaster ribattezzandola Tara; non è un esploratore come Jean-Louis Etienne o un navigatore professionista come Sir Peter Blake, ma è animato da una forte e sincera passione per il mare e la vela e, soprattutto, ha i fondi necessari per realizzare il destino della barca. L’imprenditore francese sa bene che Tara non ha ancora compiuto il grande viaggio per il quale è stata progettata “tutti mi parlavano di questa deriva e un giorno l’avrei fatta. Ma quando?”. La risposta gliela da l’oceanografo Jean-Claude Gascard che, dopo aver mancato la deriva per un soffio ai tempi di Antarctica, propone di sviluppare su Tara un progetto di ricerca sfruttando i fondi stanziati dalla comunità scientifica mondiale per l’anno polare internazionale 2007-2009. I tempi sono stretti, ma l’occasione è imperdibile. Gascard e Bourgois si trovano all’improvviso a capo del progetto Damocles (il riscaldamento globale è la spada di Damocle che pende sul futuro della terra), per un totale di 45 sperimentazioni condotte da 10 paesi europei in collaborazione con USA e Russia. I due, uno direttore della spedizione oltre che finanziatore con ben 6,5 milioni di euro, l’altro responsabile scientifico, seguiranno l’impresa coordinandola da terra. La sfida è lanciata ma l’equipaggio stenta a formarsi, l’avventura per i più è troppo lunga e rischiosa. Molti ruoli a sorpresa vengono ricoperti dagli uomini della ex squadra di Antarctica rimasti fedeli alla barca. Si prevedono tre equipaggi per una staffetta a intervalli di 6 mesi di cui il primo turno rigorosamente senza donne. Solo il trentatreenne capo spedizione Grant Redvers, connazionale di Peter Blake, arrivato per continuare il percorso del suo idolo, non lascerà mai la barca. Il 3 settembre 2006 Tara raggiunge la banchisa dietro al rompighiaccio Kapitan-Dranitsyn e viene ormeggiata saldamente a una lastra di 2 km per 3, con uno spessore che va da 0,8 metri a 2, su cui vengono installate gran parte delle attrezzature scientifiche e logistiche.

 

Durante la deriva transpolare, Tara diventa il centro di un ramificato sistema di monitoraggio per la salute del pianeta Terra.

 

Tutto sembra procedere per il meglio quando dopo soli quattro giorni la spedizione rischia di sfumare. La placca di ghiaccio sulla quale è incastrata la “balena” si smembra. La squadra è costretta a saltare letteralmente da un blocco all’altro per recuperare tutte le attrezzature e gli stock di materiali. In dieci giorni di ricerca incessante tutto viene ritrovato e caricato a bordo, compreso un trattore di due tonnellate. All’improvviso la morsa del pack così come si era aperta si richiude e Tara, questa volta definitivamente, diventa una “prigione senza sbarre” per 507 giorni di cui 230 di notte permanente e altrettanti di luce incessante. I tre equipaggi (20 persone in totale) si dividono tra i rilevamenti scientifici e la routinaria “sopravvivenza”. Poco dopo il primo cambio di equipaggio, nel maggio del 2007, Tara passa a soli 160 km dal polo Nord e diventa ufficialmente la barca a vela più a nord della storia, ancor più del mitico Fram. Il 21 gennaio 2008 si avvera il sogno di JeanLouis Etienne, in anticipo di ben 200 giorni rispetto alle previsioni ricavate dai dati ventennali dei movimenti della banchisa, Tara viene liberata dallo strato di ghiaccio spesso 8 metri che ostruisce le scasse dei timoni e la chiglia e si dirige in acque libere dopo 2807 miglia alla deriva. Il viaggio di soli 16 mesi contro i 3 anni previsti è segno di un cambiamento climatico che colpisce il responsabile scientifico Gascard: “il fenomeno che si sta innescando è colossale. Il pianeta ce la farà, ne ha affrontati altri. Ma la specie umana…”.

 

Tara incastrata nel ghiaccio con un angolo di 8°. Deve essere liberata giornalmente dalla neve per impedire che la banchisa abbia il sopravvento.

 

Ideazione e costruzione di questa mitica barca

Partendo dagli insegnamenti del Fram di Nansen, il team composto dai progettisti Luc Bouvet, Olivier Petit e dall’ingegnere Michel Franco deve creare una barca senza precedenti. Del Fram si riprende la lunghezza e larghezza (36 m per 10 m, circa 170 mq di superficie interna), valida oggi come allora per ospitare 14 persone per tre anni, e l’idea di una carena arrotondata e poco immersa per sfuggire alla morsa dei ghiacci. Per i calcoli strutturali viene coinvolto prima il cantiere finlandese Wartsila (costruttore di rompighiaccio) per quantificare i carichi impressi dalla banchisa sullo scafo, poi la scuola superiore aeronautica per dimensionare ogni struttura in base ai dati finnici utilizzando il software CATIA (nato per sviluppare l’aereo Mirage qualche anno prima). Il risultato è uno scafo in alluminio (materiale che aumenta la sua resistenza all’abbassarsi della temperatura) con uno spessore minimo di 16 mm e massimo di 25 mm con un dislocamento di 130 tonnellate contro le 800 del Fram). Con la stessa attenzione vengono studiate a prova di ghiaccio i tunnel con due eliche a cinque pale, la deriva mobile e i timoni retrattili. La modifica di rilievo su Tara rispetto ad Antarctica è l’argano di poppa di 2 tonnellate per una sonda sottomarina. Un aumento di peso trascurabile se confrontato con la cambusa di 8 tonnellate e i 50mila litri carburante.

 

L’incredibile storia di questa mitica imbarcazione.

di Simon Mastrangelo


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