1980. A sessantasei anni è il solitario più veloce dell’Atlantico

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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.


Weld: Ostar record

Tratto dal Giornale della Vela del 1980, Anno 6, n. 7, luglio-agosto, pag. 6-11.

Arrivano i multiscafi alla Ostar, la transatlantica in solitario con 152 partenti, barche di ogni genere. Stravince a sorpresa un trimarano di 15 metri condotto da uno sconosciuto americano di 66 anni, Phil Weld. Come ha fatto il “vecchietto” a battere i mostri sacri?

 

Ci sono voluti poco più di 17 giorni al sessantaseienne solitario statunitense per vincere la sesta edizione della regata che ha portato i concorrenti da Plymouth (Inghilterra) a Newport (USA). Weld è rimasto quasi costantemente in testa. Poco più di mezz’ora ha diviso il secondo arrivato, l’inglese Keig su Three Legs of Mann dal terzo, l’americano Stegall. «Solo» quarto Birch, il favorito della vigilia. Come avevamo previsto, grande l’affermazione dei trimarani che hanno stracciato i monoscafi. Gli italiani Austoni e Sicouri hanno superato ogni aspettativa piazzandosi tra i primi.

Philip Weld, 66 anni, ha partecipato a questa regata con un trimarano progettato da Dick Newick.

 

Va a Moxie di Philip Weld il nuovo record

Philip Weld, sessantasei anni, ha tagliato mercoledì 25 giugno alle ore 08.12 locali (12.12 GMT) il traguardo di Brenton Tower a 8 km da Newport (USA), vincendo la sesta edizione della Ostar. Weld, con il tempo di 17 giorni 23 ore e 12 minuti, ha stabilito il nuovo record della Ostar, battendo di 2 giorni 14 ore e 3 minuti il primato detenuto finora dal francese Alain Colas che lo aveva stabilito nel 1972 con 20 giorni, 13 ore e 15 minuti. La barca di Weld, un trimarano di nome Moxie, è stata progettata da Dick Newick. Weld, ex proprietario di un giornale di Boston, è da molti anni sulle scene delle regate oceaniche in solitario e no. Nel suo curriculum vi sono tre vittorie nella regata Newport- Bermude e un terzo posto nella Rotta del Rhum. Weld, che fin dall’inizio è stato nel gruppo di testa, si è notevolmente avvantaggiato durante la tempesta forza 10-11 che ha colpito i concorrenti a circa metà percorso. Da allora ha conservato il suo primato, guidando la regata. Questa regata era iniziata il 7 giugno alle ore 11 quando, tra un’ala di gente raccolta ai bordi dello stretto passaggio che mette in comunicazione il Millbay Dock di Plymouth (Inghilterra) con il mare aperto, erano sfilati, acclamati dalla folla eccitata, i novantaquattro “temerari skipper” che si apprestavano ad affrontare l’Atlantico in solitario, nella sesta e forse ultima edizione della Ostar. Parlare di temerari non ci sembra eccessivo. A questa edizione della regata per solitari (come già si era potuto notare in quella di quattro anni fa) hanno partecipato barche tiratissime, superleggere e invelate in modo tale da rendere impensabile la conduzione da parte di una sola persona senza grandi rischi. Ma i rischi fanno parte del gioco.

 

L’inglese Nick Keig, su Three Legs of Mann, il numero uno dei britannici, disegnato da Derek Kelsall.

 

Una regata che potrebbe scomparire

Per la prima volta nella storia di questa regata gli inglesi non sono stati più numerosi: questo primato è stato appannaggio degli americani con ventidue concorrenti contro i diciotto anglosassoni e i dodici francesi. Anche per l’interesse che suscita questa regata si è notato il grande entusiasmo dei francesi che erano accorsi in massa alla partenza, mentre gli inglesi non sembravano molto coinvolti dall’avvenimento. Moltissimi erano i giornalisti e i fotografi giunti dalla Francia e vi era anche una stazione di Radio Europe che trasmetteva in diretta dalla banchina interviste e tavole rotonde a tutte le ore del giorno. Proprio ad una di queste tavole rotonde si era parlato della possibilità che questa sia stata l’ultima edizione della Ostar. Una legge internazionale infatti vieta la navigazione di una qualsiasi imbarcazione in cui non sia possibile mantenere un uomo di guardia in coperta ventiquattro ore su ventiquattro. Nonostante ciò, molti sono invece convinti che adottando sistemi sempre più aggiornati e sofisticati (come doveva essere alla vigilia di questa regata il sistema di individuazione dei solitari chiamato «Argos») queste regate potranno sopravvivere. Diciamo doveva essere poiché tutte il sistema Argos (composto da un’emittente di segnali montata su tutte le barche dei concorrenti e da un satellite artificiale della serie Tiros N che riceve e codifica rimandando a terra gli impulsi partiti da ogni imbarcazione alla resa dei conti ha messo in evidenza moltissime lacune di ordine tecnico, facendo perdere le tracce di buona parte dei concorrenti.

 

Edoardo Austoni, medico milanese, è alla sua seconda partecipazione alla Ostar.

 

Una regata impegnativa che prevede preparativi adeguati

Quello che c’è da chiedersi è se tutti gli skipper iscritti a questa impegnativa regata si preparano adeguatamente. Molti scafi infatti come il Chica Boba di Edoardo Austoni o il Guia Fila di Pierre Sicouri e in genere le barche di tutti i favoriti, sono giunte in Inghilterra già perfettamente a punto, ma si sono anche visti skipper montare parti fondamentali dell’attrezzatura della propria imbarcazione la notte prima del via. Un esempio che vale per tutti quello della ventiduenne francese Florence Arthaud che, poche ore prima della partenza, ha cambiato tutte le sartie, ha montato lo strallo girevole e ha installato un nuovo timone automatico a vento. Risultato: appena uscita dal porto, issata la randa, al primo colpo di vento l’albero è crollato finendo sopra un motoscafo che stava seguendo la sua barca, il Miss Doubonnet. Il disastro è stato causato dagli arridatoi delle sartie che avevano un passo diverso dai vecchi.

 

Pierre Sicouri con il Guia Fila era la punta di diamante della squadra francese che ha partecipato all Ostar. Sicouri è giunto a Plymouth con la barca a punto e ha fatto una partenza bruciante.

 

Le tre barche più ammirate

Le barche che hanno destato maggiore interesse a Plymouth sono state tre. Due, Paul Ricard e Gautier II, erano fuori gara e partecipavano «a lato», senza classifica. Paul Ricard si è presentato a Millbay Docks soltanto il giorno prima della partenza ed è rimasto ormeggiato a una boa lontano dalla folla fino al momento del via. La barca, dopo il ritiro forzato di Eric Tabarly per un incidente alla spalla, è stata affidata a Pajot, «figliocco d’arte» del grande navigatore francese. Pajot intervistato su quali possibilità di piazzamento avesse su una barca che con Tabarly al timone era data favoritissima, ha risposto dicendo che per vincere non basta la barca, ma è necessario il binomio uomo-mezzo. Lo scafo del Paul Ricard, ristrutturato dopo la Transat en Double, è stato notevolmente semplificato nelle sue parti essenziali: non ha più una struttura mobile di sostegno degli scafi laterali, l’albero alare è stato sostituito con uno tradizionale, gli scafi laterali sono stati rifatti con un disegno più filante e i due foil laterali sono ora ad incidenza fissa. Altra barca ammiratissima, anch’essa fuori classifica, era Gautier II, il cui skipper e progettista è il francese Terlain. Il catamarano di Terlain, particolarissimo nella linea, ha attirato l’attenzione soprattutto per il sistema di congiunzione dei due scafi con la cabina centrale. Sono stati usati in coppia sei tubi di generose dimensioni. Nei punti di attacco degli scafi è stato impiegato un sistema paragonabile al “silent block”: un elastico che serve per diminuire l’affaticamento dei materiali. Il progettista-skipper, Terlain alla domanda cosa ne pensava della propria imbarcazione ha detto: “E’ il più grosso bidone dell’anno, lo guardano tutti in porto, ma una volta invelata sara un chiodo”. Non sappiamo se scherzava o meno, comunque il risultato mediocre ottenuto ha confermato le sue previsioni. Sia il Paul Ricard che il Gautier II, come si è detto. hanno partecipato fuori classifica, non avendo i timonieri potuto compiere le 500 miglia di qualificazione richieste del regolamento. Altra barca particolarmente interessante era il trimarano Kriter VII dello statunitense Tom Grossman, uno degli ultimi progetti di Dick Newick, il mago americano dei poliscafi. Interessantissimo il sistema con cui è stato costruito. È una struttura mista di vetroresina e fibre di carbonio con puntoni di irrigidimento in alluminio. Grazie a questo sistema il trimarano (che è lungo 17,06 metri) ha un peso di soli 4570 chilogrammi e una superficie velica di 105 metri quadrati. Tom Grossman purtroppo, è stato vittima alla partenza di un incidente che gli ha causato danni allo scafo di destra, obbligandolo a rientrare in porto per riparare la falla e a ripartire con circa 24 ore di ritardo. Nonostante ciò l’americano ha ripreso la corsa con grinta e a metà gara era già tra i primi.

 

Walter Greene, famoso progettista e costruttore di trimarani, ha regatato nella classe Gipsy Moth di cui era il favorito; si dice che la sua barca sia stata portata a termine dalla moglie.

 

Tanti guai per gli italiani

Hanno regatato per le posizioni di testa gli italiani Pierre Sicouri ed Edoardo Austoni, che sicuramente tra tutti i partecipanti avevano le due barche più belle. In regata ambedue hanno avuto problemi molto seri. Austoni a circa meta percorso, lavorando al winch della drizza della randa, si è rotto le falangi superiori di due dita ed è stato costretto a rimanere alla cappa per ben due giorni. Ha poi ripreso la regata dopo essere riuscito ad ingessarsi le due dita. Austoni, medico dell’ospedale San Carlo di Milano, ha poi potuto reinserirsi nella lotta per le prime posizioni. Sicouri invece, cadendo con il suo Guia Fila nel cavo di un’onda, ha spaccato tre ordinate di prua ed una paratia della barca. Rimediato il danno con vetroresina e puntoni d’alluminio, è riuscito a mantenere la barca in assetto, ma naturalmente la sua navigazione è stata più cauta. Il suo piazzamento è stato comunque buono.

 

Naomi James, originaria della Nuova Zelanda, ha preso parte alla regata con Kritter Lady. Ha al suo attivo un giro del mondo in solitario effettuato in 272 giorni.

 

I risultati delle classi maggiori

Nella classe Pen Duick (imbarcazioni di 17.06 metri di lunghezza massima), per quel che riguarda i monoscafi, i favoriti alla vigilia della partenza erano il francese Olivier de Kersauson sul suo collaudatissimo Kriter VI e il polacco Kazimieres Jaworski sul nuovo Spaniel II. I pronostici si sono avverati in parte. Il polacco infatti ha condotto circa metà della regata nelle primissime posizioni, perdendo poi via via terreno. Nella classe Gipsy Moth (lunghezza massima 13,41 metri), il trimarano più tirato era Hydrofolie, portato dal francese Labbé, l’unico scafo partecipante a questa regata con dei foil ad angolo di incidenza variabile. Altro favorito che non si è smentito è stato lo statunitense navigatore-progettista Walter Greene sul trimarano Chausettes Olympia. Citiamo anche l’inglese Robert James, marito di Naomi James partecipante anche lei a questa regata nella classe Pen Duick, al timone di un monoscafo. James ha preso parte alla Ostar su un trimarano di serie progettato da Newick, uguale a quello con cui Michel Birch arrivo 24 ore dopo Tabarly alla Ostar del 1976.

 

La classifica finale.

 

Tra le piccole anche Giampolo Venturin

La più piccola classe partecipante alla transatlantica in solitario è la Jester, con limite massimo di 9,75 metri. Anche in questa classe si preannunciava fin dall’inizio il dominio dei poliscafi e in particolare del Cat Marine del francese Alain Veyron, un trimarano lungo 8,5 metri che pesa solo 650 chilogrammi, con una superficie velica di 74 metri quadrati. In questa classe ha corso anche un italiano, il milanese Giampolo Venturin a con il suo Cecco otto, Giovepluvio. La barca, lunga 8 metri, è strettamente di serie ed era stata preparata meticolosamente negli ultimi due anni. Per Venturin questa è stata la prima esperienza di navigazione fuori dallo stretto di Gibilterra.

Testo di Guido Falciola. Foto di Livio Fioroni


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1 commento su “1980. A sessantasei anni è il solitario più veloce dell’Atlantico”

  1. Cristiano Panada

    Se posso dirlo, vi siete dimenticati tra gli italiani Tonino Chioatto e mio padre, Beppe Panada, scomparso poi nel 1986 durante la two ostar con Roberto Kramar

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