1994. Quando si cercava di volare. Senza Foil
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Alta Tensione
Tratto dal Giornale della Vela del 1994, Anno 20, n. 05, giugno, pag. 40-45.
Nasce a metà degli anni ’90 la febbre della ricerca della massima velocità e vela. Non sono ancora arrivati i tempi dei foil ma le barche cercano di volare sull’acqua. Ecco come e con quali barche si cercava di raggiungere il volo sull’acqua.
Dobbiamo ammetterlo, il mito della velocità e della tecnologia esasperata, che quotidianamente incontriamo, ha contagiato anche un ambiente conservatore come quello della vela. Se la ricerca del record in assoluto non è una novità, lo sono invece le prestazioni che anche scafi “normali” hanno raggiunto grazie alle attuali filosofie progettuali. Oggi per correre sull’acqua a velocità vertiginose non è necessario ricorrere al mitico crossbow degli anni 70, basta una deriva come il laser 5000, una tavola da surf, un libera-crociera del lago di Garda o un WOR 60 del giro del mondo. Esplorate con noi questa nuova realtà.
Il virus della velocità è esploso in Italia di riflesso, seguendo le leggendarie imprese del proa Crossbow, che di anno in anno migliorava il suo record di velocità alla tradizionale settimana di Plymouth. Erano gli anni Settanta e i primi italiani ad essere contagiati da questa mania furono i catamaranisti, forse perché chi va in cat ha sempre ritenuto di essere uno “spirito libero”, svincolato dai condizionamenti della scuola di vela dove l’essenza è solo la strategia della bolina. Nasce cosi anche da noi la febbre dei classe C dove la propulsione è affidata ad ali rigide dotate di camber, flaps, slot e tutte quelle soluzioni che permettono agli ingegneri aeronautici di far volare gli aeroplani e ai cat di viaggiare alla velocità di 24 nodi con solo 8 nodi di vento reale. Prue sempre più sottili, centri di spinta velici sempre più alti, materiali sempre più sofisticati: la ricerca della velocità può a volte portare ad un risultato che non è quello sperato. Basta un minimo imprevisto, un’onda o una raffica di vento non perfettamente controllata che il “crack” è in agguato. Ma tanta profusione di ricerca e sviluppo ha portato anche tanti risultati sbalorditivi, come i due giri del mondo in meno di 80 giorni di Commodore ed Enza.
Ma se si vuole andare ancora più veloci non resta che passare il testimone dai cat ai windsurf, ovviamente non a quelli tradizionali, ma ai Gun, gli spilli. Due metri e mezzo di lunghezza per trenta centimetri di larghezza con carene plasmate per sollevarsi sull’aria raccolta sotto lo scafo e pinne che sono in grado di “sventare” o meglio torcersi in sincronia con la vela e con l’accelerazione della tavola. Il muro dei 40 nodi è molto vicino. Ma per andare ancora più forte bisogna ricorrere alla fervida creatività di Lindsay Cunningham. Proprio l’inventore della manovra è il padre di Yellow Pages, un tripode scivolante, un’abile manipolazione tra surf, ala rigida e trimarano. E il record cede: la prossima barriera è quella dei 100 km/h. Ma i monoscafisti non sono contagiati dal virus della velocità? Più di quanto si possa immaginare. I 18 piedi australiani si ingaggiano sul lago di Garda planando a 20 nodi, i 14 piedi iniziano a muovere i primi passi con progetti tutti nostrani. Anche i grandi cantieri si mobilitano per soddisfare queste esigenze e il Laser 5000 ne è solo il primo esempio. La voglia di velocità non trascura nemmeno le barche a chiglia, e qui il grande merito è dei solitari.
Fiocchi avvolgibili, rande steccate su carrelli, sartie acquartierate, bompressi telescopici. Queste le novità che si ritrovano subito anche su scafi da crociera che traggono profitto da duri collaudi oceanici. Ma l’ultima frontiera raggiunta è quella dei ballast. Le casse d’acqua per il raddrizzamento trasformano il “peso morto” in una sorta di “assetto variabile” che non ha nulla da invidiare alle sospensioni attive delle auto. E la riprova di ciò sono le medie giornaliere di 400 miglia tenute dai WOR 60. Ora non ci resta che aspettare che i regolamenti suggellino definitivamente questa realtà e che si possa formare un equipaggio senza la tradizionale caccia al King Kong di turno.
di Claudio Mazzanti
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