2018. Gilles Martin Raget: le immagini memorabili della storia della vela
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Che bella la vela!
Tratto dal Giornale della Vela del 2018, Anno 44, n. 02, marzo, pag. 12/19.
Uno dei più grandi fotografi di vela apre il suo prezioso archivio e seleziona per Il Giornale della Vela i suoi scatti memorabili. E’ come ripercorrere 35 anni di vela, a partire dalla Coppa America del 1983 attraverso gli occhi di Gilles Martin Raget che sa cogliere il momento fuggente con uno click di un attimo.
Gli scatti più belli di uno dei più grandi fotografi di vela al mondo? Ce li svela lui stesso: Gilles Martin Raget racconta 35 anni di carriera dietro all’obiettivo e tutti i suoi segreti.
Trentacinque anni passati i prima linea. Iniziati con l’America’s Cup 1983 di Newport, quella dello storico successo di Australia II vissuta inizialmente da velista a bordo di France3 e poi d giornalista e fotografo alla prima esperienza professionale di rilievo. E ogg un presente di vela ultra veloce sui foil, foto in alta definizione e l’intera attività editoriale trasferita sul web, dopo la chiusura della galleria d’arte “L’Image en Provence” nel Vecchio Porto di Marsiglia Quella di Gilles Martin Raget è la storia d un uomo che ha avuto la fortuna di unire du grandi passioni – per l’immagine e per la vela – in un mestiere che nel corso degli anni l ha consacrato come uno dei più importanti fotografi di nautica nel mondo.
Nato ad Arles, nel Sud della Francia, a 10 anni prende in mano una Kodak Instamatic regalatagli dal nonno, ispirato dal grande fotografo Lucien Clergue, e dallo zio François Guiter, pioniere della fotografia subacquea. Nove anni dopo (e una miriade di scatti sulle spiagge della Camargue) è già in mare, impegnato a fermare su pellicola le navigazioni vissute in prima persona, dalle crociere tra Marsiglia e Porquerolles alle regate IOR, Italia compresa. “Conservo gelosamente la mia prima foto di vela pubblicata su una rivista, Neptune Nautisme. È uno scatto dell’Invernale di Alassio, a cui partecipai con Fantasque (sloop in legno del 1971), a corredo di un articolo scritto da Maguelonne Turcat, che qualche anno dopo sarebbe diventata mia moglie. Evidentemente in quei giorni le stelle erano ben allineate”, ricorda con un sorriso. Fino al 1987 è ancora un professionista delle regate, poi la svolta arriva quando a Fremantle, per la Coppa America, il team Challenge France, eliminato, non ha più i mezzi per pagare i suoi velisti. Così decide di restar in Australia, per coprire l’evento come giornalista e fotografo. “Anche se inizialmente m interessava soprattutto il giornalismo, trascorrere diversi mesi a fotografare i 12 metri SI (le barche della Coppa America di allora lunghe 20 metri, ndr), ogni giorno con 25 nodi di vento, è stata la migliore delle scuole possibili. A quei tempi i riferimenti erano Erwan Quéméré, Daniel Forster, Guy Gurney, Christian Février, Franco Pace, Carlo Borlenghi, Kaoru Soheata e Philip Plisson: da loro ho cercato di imparare tutto il possibile. E ho capito che per fare bene il fotografo di mare, che fatico a chiamare ‘professione’, l’importante è amare quello che stai fotografando, perché dà significato a ciò che vuoi fare con la macchina. Io amo il mare, adoro navigare: 24 ore in barca equivalgono a una settimana di vacanza altrove, non c’è niente che mi rilassi di più. E voglio creare immagini che diano lo stesso desiderio alle persone che le vedranno. Non fotografo per me stesso, ma per gli altri”.
Gilles racconta tutto questo con l’entusiasmo di un ventenne. Lo stesso con cui ha affrontato decenni di grandi eventi. “Il più incredibile? La folle sfida a Valencia del 2010 tra BMW Oracle, di cui ero fotografo ufficiale, e Alinghi, con multiscafi mai visti né prima né dopo” – e di servizi fotografici a 360° nella nautica, senza preferenze sui soggetti da immortalare (“amo tutta la vela, senza esclusioni”). E con tanti episodi da raccontare, come “il giorno in cui, cercando di fotografare Shenandoah a Capo Horn, mi trovai su un gommone minuscolo, con onde grandi come colline, un delfino che saltava accanto a noi, un albatro che aveva deciso di trasformarci in colazione e la barca che con le vele strappate si allontanava senza riuscire a virare. Il mio giovane driver era terrorizzato, anche perché la terra più vicina, sottovento, era il Sudafrica. Fortunatamente Shenandoah è riuscito a portarci a terra, senza che io abbia potuto doppiare il mitico Capo”.
Gli chiediamo quali siano i suoi miti: “Dennis Conner, Michel Desjoyeaux, Russell Coutts, Eric Tabarly, Peter Blake, Loick Peyron, Ellen Mac Arthur, Frank Cammas e i più giovani Peter Burling e François Gabart”. Anglosassoni e francesi. Ma ha un legame speciale con il nostro paese: “Amo l’Italia e gli italiani, la vostra storia e i vostri contrasti. E non c’è niente di meglio che una crociera, a giugno, tra le isole del Tirreno”. I suoi luoghi preferiti dove andare in barca sono “le Bocche di Bonifacio, la Polinesia, la Patagonia e le isole Porquerolles”. L’ultima domanda sul futuro della fotografia non poteva mancare. “La mia idea è che la foto sparirà presto perché presto useremo gli ‘screenshot’ dei video ad alta definizione. È solo una questione di dimensioni del sensore e di potenza dei processori incorporati nelle macchine. Saranno i produttori di hardware a decidere quando”.
di Emanuel Richelmy
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