2007. Matteo Miceli: un pazzo su una barca da spiaggia in Oceano

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Tratto dal Giornale della Vela del 2007, Anno 33, n. 11, dicembre-gennaio, pag. 18/25.

Con un catamarano di 6 metri senza tughe e zone per ripararsi, Matteo Miceli ha percorso da solo 2.800 miglia in Oceano Atlantico. Vince il premio “Velista dell’Anno” e noi vi raccontiamo la sua incredibile storia. “Hai avuto paura”, gli abbiamo chiesto. Lui ha risposto: “Sempre!”.

Matteo Miceli è il velista italiano che ha battuto un record oceanico in solitario con un incredibile catamarano di sei metri. Un’impresa che gli è valsa il titolo di Velista dell’Anno. Ecco la sua straordinaria storia.

Con un catamarano di 20 piedi (poco più di 6 metri di lunghezza), senza tuga e senza zone per ripararsi, Matteo Miceli ha percorso da solo 2800 miglia di oceano Atlantico, da Las Palmas (Gran Canaria) a Guadalupe (Caraibi). Il suo tempo di navigazione (14 giorni, 17 ore, 52 minuti), è stato certificato dal World Sailing Speed Record Council, l’organismo della Federvela internazionale che amministra tutti i primati a vela. Una prestazione a metà tra agonismo e avventura, che ancora oggi irrompe nei pensieri e nei sogni di Matteo Miceli.

Sei partito da Las Palmas il 29 dicembre del 2006 e sei arrivato a Guadalupe il 12 gennaio successivo. A quasi un anno di distanza, che sensazioni conservi di quella tua fantastica impresa?
Ricordo la traversata con tanto piacere, ma anche con molta difficoltà. Ancora oggi mi capita di svegliarmi all’improvviso, di notte, pensando di stare in mezzo a onde giganti.

Le stesse che hai dovuto superare nei primi giorni di navigazione?
Esatto. All’inizio ho trovato l’ira di Dio. In quegli stessi giorni c’era anche Francesco Di Benedetto che voleva tentare di stabilire lo stesso record, quindi sentivo la pressione di dover affrontare una navigazione veloce. Per questo avevo deciso di partire da Las Palma quando il vento fosse stato davvero molto forte. Rispetto al suo Tornado, il mio catamarano (un prototipo disegnato da Sito Aviles Ramos, ndr) era più potente, ma anche più pesante. Ero rimasto in stand-by alle Canarie per oltre un mese proprio in attesa della massima intensità di vento. I primi tre giorni, impiegati per allontanarmi dalle isole, sono stati veramente tosti. Tuttora, spesso mi sveglio con le gambe incrociate, all’indiana, perché quella era la posizione che assumevo in barca per combattere il freddo. La cerata stagna era difettosa ed ero bagnato. Con quel mare e vento soffrivo molto: quindi, per coprirmi, piegavo le gambe dentro una piccola tendina di 70 x 70 centimetri.

E’ stato un inizio traumatico?
Più che altro lo definirei difficile. Sono partito la mattina, ma poche ore dopo ero già impigliato in una rete dalla quale mi sono dovuto liberare. La prima notte, appena mi sono allontanato dalla costa, il vento ha subito sparato a 30 nodi. La terza notte aveva raggiunto i 40 e il meteorologo mi ha segnalato onde di otto metri. Ero affaticato e preoccupato, anche per Di Benedetto, del quale non si avevano notizie e che stava navigando con un catamarano con poco volume sulle prue e senza carrello sulla randa per le mani rapide dei terzaroli. Insomma, rimanere in piedi è stato molto impegnativo, ma io non ho mai avuto il pensiero di perdere la vita. L’importante è avere rispetto per il mare e lavorare sempre in sicurezza, senza strafare.

Hai comunque avuto paura?
Sempre. Paura di fare danni, di scuffiare, di disalberare, di incaramellare il gennaker e finire sottosopra. Però, mi ero allenato bene in Mediterraneo, navigando in solitario per 1000 miglia. Alla fine della Carthago (la regata che si disputa a fine luglio da Fiumicino a Cartagine, ndr) avevo persino scuffiato. Quello è stato un bel test, perché è stato un incidente vero, non simulato. Dopo aver raddrizzato la barca, ho acquistato ancora più fiducia sulla sicurezza del mezzo.

Il resto della traversata come è andata?
Dopo la metà è stata più tranquilla. Quando l’aliseo si è stabilizzato sui 20 nodi, la difficoltà è stata mantenere la media di miglia giornaliere che avevo all’inizio. Ho tenuto più vela e sono rimasto più sveglio, anche di notte, per spingere sempre la barca. Vicino ai Caraibi sono stato sempre attento a non farmi cogliere di sorpresa dai continui groppi.

Hai mai sentito, magari nei momenti più difficili, la mancanza di un compagno d’equipaggio con cui dividere le fatiche?
No, perché ero seguito da Gino Onorato, che era il mio riferimento per la tranquillità e la sicurezza. Lo sentivo una volta al giorno e lui era collegato con l’Argos e con i giudici di regata. Poi, mi sentivo con il medico, che mi ha consigliato come asciugarmi per via della stagna che faceva acqua. Non ultimo, è stato importante il meteorologo, Alessandro Pezzoli: lui non lascia mai nulla al caso.

E’ vero che altre persone che hanno tentato questo record, in solitario o in doppio, hanno subito gravi traumi fisici o sono addirittura finiti dallo psicologo?
Purtroppo, circa venti anni fa, un equipaggio brasiliano ha perfino perso la vita e non è mai stato ritrovato. Poi, c’è stato chi è arrivato dall’altra parte dell’Atlantico con il compagno morto durante la traversata per una colica. Ho cercato di documentarmi meglio, ma non ho trovato materiale. Certamente è un’avventura molto faticosa dal punto di vista psicofisico. Io ho iniziato a digrignare i denti un mese prima della partenza e non ho ancora finito. Dipende sicuramente da un fatto nervoso, iniziato in quel periodo.

Quanta sofferenza. Ma quali sono i bei ricordi di quell’impresa?
Nel caos del lavoro quotidiano, mi manca la solitudine di quei giorni. Mi fa piacere pensare a tutti gli sforzi necessari per arrivare a realizzare il record, quando avevo la mente concentrata su un solo obiettivo. Nella realtà lavorativa, invece, bisogna dare continuamente retta a troppe persone e rispondere sempre a tante domande: è una fatica continua. Di quelle due settimane in oceano mi piace ricordare quanto fosse bello pensare solo a stare bene. Poi, non potrò mai dimenticare le discese dalle onde, a secco di vele, con il Gps che segna la velocità di 16 nodi. Io ho fatto pure surf e planare tra le onde è una tra le cose più divertenti. Infine, il mio obiettivo giornaliero era percorrere 210 miglia; un giorno ne ho coperte 260.

Ti eri preparato molto anche dal punto di vista fisico?
Su un catamarano di appena sei metri, se inizi ad accumulare la stanchezza non vai più avanti e rischi di fare un danno, se non addirittura di scuffiare: non è come una barca grande dove ti chiudi dentro e riparti quando sei riposato. Con Claudio Stampi ho lavorato molto sullo studio del sonno. Nonostante le onde, gli schiaffi d’acqua e la barca che si ingavonava, riuscivo a dormire a comando, seguendo le mie routine personali. Lo faccio tuttora, ed è una cosa bellissima. Poi, ho dato molta importanza alla protezione della pelle, sia quella fisica, sia quella da portare a casa. Tutte le cerate stagne hanno il collo e i polsini in neoprene. È importante lavare quelle parti del corpo con acqua dolce e usare creme. Nonostante la mia maniacale attenzione, ho comunque terminato la traversata con delle piaghe.

Il tuo piede ha fatto storia. Cos’è successo?
È andato in putrefazione. A causa di un buco sul calzare della stagna è stato bagnato per otto giorni. Poi. quando il tempo si è calmato, ho finalmente cambiato la cerata, l’ho asciugato e medicato. Se lo avessi tenuto bagnato per tutti i 14 giorni, credo che ai Caraibi lo avrei dovuto buttare. Tuttavia, c’è un episodio più clamoroso. Un giorno con tanto vento la barca ha straorzato. Mi sono svegliato di scatto e ho visto il pilota automatico in acqua. Mi sposto sottovento per cercare di recuperarlo e all’improvviso ricevo una botta all’occhio. Me lo tocco e sento subito una puzza inconfondibile: ero stato colpito da un pesce volante. Da questo episodio è nata la leggenda che io lo abbia mangiato per colazione, ma posso smentire.

Nel 2005, con lo stesso catamarano, avevi già stabilito il record del mondo di traversata atlantica in doppio, in coppia con Andrea Gancia. Non ti era bastato?
Quando abbiamo iniziato a pensare alla nostra traversata, nel 2002, Alessandro Di Benedetto aveva appena realizzato il record in solitario (28 giorni, 11 ore, 36 minuti, ndr). Durante la navigazione con Andrea, io già avevo in mente l’impresa in solitario e ne parlavo con lui. Mi prendeva in giro e scherzando mi diceva che ero un pazzo. Invece, sentirmi solo, in mezzo all’Atlantico, con la barca che avevo costruito per intero, era sempre stato il mio obiettivo finale.

Quali saranno le tue prossime sfide?
Sempre con il catamarano sto pensando alla traversata del Pacifico, anche se questa idea per il momento l’ho messa un po’ da parte perché attualmente sono molto attratto dalla nuova Class 40, che è ormai la più diffusa tra le barche per le regate oceaniche. È una classe che si concilia bene con il mio stile; per prendermi in giro i miei amici dicono che io sono un navigatore “casello-casello”. Dopo tutto io non ho il manico di Pietro D’Ali editanti altri bravi skipper, quindi sono interessato alle imprese, più che alle competizioni con altre barche al mio fianco. Ora sto costruendo la barca e, dopo avere preso parte ad alcune regate transatlantiche. Tra cui la Transat (ex Ostar, ndr) del prossimo anno, la mia intenzione con il Class 40 è partire per un giro del mondo in solitario, senza scalo e senza assistenza, con Roma come porto di partenza e di arrivo.

Di Andrea Falcon – Foto di Carlo Borlenghi


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