1978. La scuola di Caprera dove si impara la vela
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Diario a Caprera
Tratto dal Giornale della Vela del 1978, Anno 4, n. 07, settembre/ottobre, pag. 38-39 e 62.
Lo scrittore Luca Goldoni racconta la sua esperienza al Centro Velico Caprera dove apprende l’arte della vela. Tra nomi sconosciuti, camerate da caserma e il panico che lo assale quando passa al timone.
Luca Goldoni, inviato speciale e articolista del “Corriere della Sera”, è anche uomo di vela. Con la sua barca, in estate, batte le rotte dell’Adriatico. Non sappiamo sino a qual punto per imparare l’arte o per professionismo, è stato, tempo addietro, a Caprera. Della sua esperienza al Centro Velico, che è anche quella di migliaia di altri giovani e meno giovani italiani, ha tratto il motivo per un gustoso capitolo di uno dei suoi libri di successo. Cortesemente ci ha concesso di pubblicarlo e noi lo facciamo sicuri di far cosa gradita ai lettori de “Il Giornale della Vela”.
Sono arrivato lunedì con una ventina di signori. Ci siamo presentati a Linate, tanto piacere, ma come si fa a ricordare venti cognomi? Del resto a Caprera i cognomi non servono, bastano i nomi. Il cittadino che in continente è M. Rossi, qui diventa Mario R. Linate-Olbia con un Fokker dell’Alisarda, Olbia-Palau con un autobus, Palau-Caprera con un gozzo, la lanterna, il diesel che pulsa nella notte, in piedi con i baveri rialzati, un’atmosfera da deportati, da sionisti che approdano clandestinamente. È un distacco assoluto: a Caprera non troverò telefoni, non troverò giornali, non troverò automobili. Se mi resterà tempo potrò soltanto andare a trovare Garibaldi: mi hanno detto che per imparare a navigare a vela è indispensabile la clausura in una isola remota come Caprera, è indispensabile lo stage, il seminario, il convento (o la caserma). Non ho ancora avuto il coraggio di chiedere se avrò una camera singola o una camera da dividere: questa professione porta a dormire anche sotto gli alberi o in una delle tante trincee che si continuano a scavare qua e là per il mondo, ma finita l’emergenza, riesplode l’esigenza di intimità.
Non avrò una singola e neppure dovrò adattarmi a una doppia: dormirò in una camerata con letti a castello, senza lenzuola, con una coperta militare. Trent’anni fa in questa camerata ci dormivano i soldati di una batteria anti-aerea. Caprera oggi è monumento nazionale: non ci sono le villette moresco-spagnole che ricoprono le vicine scogliere della Costa Smeralda, c’è solo la casa di Garibaldi e le casermette che la marina militare ha affittato alla Lega Navale e al Touring Club perché le restaurassero e organizzassero il “Civici”, che significa Centro Velico Caprera. Appena arrivati, Giovanni, che è l’animatore del centro, ha chiesto due volontari per la “comandata”: dovevano andare ad apparecchiare la tavola, dovevano svegliarsi domattina alle sei, mezz’ora prima degli altri, per preparare il caffè. Quando andammo a cena trovai una tavola bene apparecchiata, piatti di cartone (che si buttano: prima, la “comandata” doveva anche lavare i piatti), la forchetta, il cucchiaio. Il coltello invece non c’era. E io chiesi naturalmente cos’era questa novità e tutti mi domandarono se non avevo letto il programma. No, io non leggo mai i programmi e allora tutti gli altri mi mostrarono i loro coltelli cromati, inossidabili, pieni di lame, punteruoli, apriscatola, comprati a Londra o a Marsiglia e mi spiegarono che l’assenza del coltello sulla tavola era un espediente per abituare a usare il coltello personale.
E allora un lieve disagio, quasi un malessere mi prese e dissi a Giovanni se era necessario tutto questo culto della scomodità, niente lenzuola, niente camerieri, niente coltello in tavola, non era un po’ un giocare ai boyscouts? Giovanni sorrise con dolcezza e mi chiese se non avevo mai fatto una crociera a vela e io gli dissi di no e allora mi spiegò che nei giorni successivi mi sarei reso conto che questo allenamento alla scomodità non era una civetteria. Gli italiani, aggiunse, non hanno familiarità col mare, dal tempo delle repubbliche marinare sono diventati dei continentali, adesso sono famosi come costruttori di autostrade. Da qualche anno oltre al mare-ombrellone, hanno scoperto il mare-imbarcazione, ma si comprano le bagnarole di plastica per portare a spasso i bambini, si comprano il fuoribordo, o il motor yacht per portare a spasso le bionde. Non navigano, si annoiano in mare. Qui a Caprera si impara a navigare, si scopre quello che il mare è sempre stato: avventura e rischio. Mi cacciai sotto la mia coperta ripensando a questa specie di vangelo e mi sorpresi che non ci fosse una tromba a suonare il silenzio.
Martedì. Appena potrò mi comprerò un coltello inossidabile: sono costretto a chiederlo in prestito continuamente, per aprire una scatoletta, una bottiglia, per sciogliere un nodo e mi sento a disagio come quando bisogna seguitare a chiedere: mi fai accendere? Se si parlasse come tutti i giorni, forse, imparare a navigare sarebbe più facile ma c’è la terminologia, ci sono i dizionarietti. Alcune espressioni sono belle, solenni, quasi onomatopeiche: “andare al gran lasco“ per esempio, cioè filare a vele spiegate col vento in poppa. I modelli delle barche francesi hanno nomi deliziosi: le più leggere, semplicemente, si chiamano vaurien, vale nulla; le barche, più grosse ma agili, eauvive, acqua viva. Altre cose le sapevo già, per esempio he babordo e tribordo si trovano solo nei libri di Salgari e che in marina si dice dritta e sinistra. Sul dizionario leggo poi che non si dice parapetto, ma murata; non secchio, ma bugliolo; non agganciare, ma incocciare; che, invece di artimone, bisogna dire mezzana (e qui il mio smarrimento cresce perché non conosco neppure l’invece). L’istruttore, che spiega il vento alla lavagna, adotta la formula dei moderni corsi linguistici, dove fin dalla prima lezione ci si rivolge in inglese agli allievi che non sanno neanche come si dice buongiorno.
E infatti spiega che, “per bordare, bisogna alare sul paranco senza levar volta dalla garroccia”. Ho un moto di ribellione e dico che non sono qui per imparare un frasario che faccia colpo nei parties e che mi sembra abbastanza snob questo esasperare il linguaggio in codice. Risponde che i marinai non sono mai stati snob e che quelli che navigano sulla Raffaello usano gli stessi termini che urlavano gli uomini dei brigantini: se un giorno andrò a vela e griderò di “attorcigliare la corda al suo gancio” nessuno mi capirà e potrò finire sugli scogli. È un giovane pallido, laureato in ingegneria, si chiama Enrico: come tutti gli istruttori del Civici presta la sua opera gratuitamente. È freddo e lievemente sarcastico, spesso irritante. Non lo dice, ma dev’essere convinto (giustamente) che uno, arrabbiato, impara prima. Stamattina siamo usciti in quattro con un eauvive, io stavo al timone: Enrico ogni tanto mi diceva “orza!“, oppure “puggia!” e io non capivo e giravo la barra nella direzione sbagliata. Allora Enrico mi ha sondato: secondo te adesso siamo sopravvento o sottovento? E io mi sono improvvisamente ritrovato al liceo, col vuoto pneumatico.
Più tardi sono uscito con un vaurien, il vento spirava a raffiche, e per bilanciare il barchino bisognava stare seduti fuori come sui sidecars, ho sbagliato una virata, non potevo ripeterla perché gli scogli erano vicini. Allora Enrico, dal molo, ha gridato di buttarmi in acqua e di trattenere la barca. Tenevo il vaurien per una fiancata, ma il vento gonfiava la randa e il barchino scarrocciava verso gli scogli. Enrico gridava freddamente: “Lo strallo!” e io cercavo disperatamente di ricordarmi cos’era lo strallo e intanto il vento spingeva la barca di traverso verso le rocce mentre Enrico seguitava a urlare il suo monito: “Lo strallo!”. E improvvisamente mi ricordai che lo strallo era il cavo d’acciaio che dall’albero scende alla prua e pigliando il vaurien per lo strallo, si sarebbe messo contro vento e le vele si sarebbero sgonfiate. Constatai che, nell’emergenza, la memoria diventa un caterpillar che scava convulsamente e trova. Con la stessa tecnica imparai qual è la “relinga”, e quale la “balumina”: l’unico inconveniente di questo tipo di istruzione sono gli incubi nel sonno. Oggi pomeriggio mi sono destato da un breve sogno, mentre un signore mi stava spiegando pazientemente: “No, questa è la zelinda, la zelinda non esiste, al massimo, è la cuoca di una trattoria“.
Mercoledì. E’ solo il terzo giorno e mi sembra di essere qui da un mese: le cose che si fanno dalle sei di mattina alla undici di sera sono spaventosamente tante, le cose che si imparano sono insospettate. Si impara per esempio l’ordine stamattina ho letto sul famoso volume dei Glenans – che è una via di mezzo fra un manuale di navigazione e un libro di meditazioni – che “ogni errore trova la sua sanzione, non da una gerarchia superiore, bensì dallo stesso mare; tutte ciò che non è sistemato in ordine cade, si capovolge scivola, si bagna, si sciupa ammuffisce”. Si impara come la responsabilità nasce da una lotta continua della ragione contro l’istinto o contro l’intuito. Si può guidare a Monza una “formula uno” con istinto e intuito. Ma a pilotare questa “formula uno” che fila, sbandata a cinquanta gradi sotto un vento forza quattro, siamo in cinque e siccome il timone adesso è toccato a me, io sono responsabile dei miei quattro compagni, non dico della loro vita, ma forse delle loro tibie e delle loro ulne. E questi quattro compagni fanno soltanto quello che io decido e li vedo dal sotto in su, io sprofondato sul bordo che rasenta l’acqua, loro là per aria sull’altro bordo per bilanciare lo sbandamento e adesso dobbiamo far una “strambata”, cioè una virata con vento in poppa e il manuale dei Glenans dice che nella strambate bisogna stare attenti che i “boma”, cioè la base della vela, saettando da un bordo all’altro, non accoppi qualcuno.
E vedo gli sguardi dei miei compagni, fiduciosi ma dignitosamente perplessi, nessuno può suggerire e nessuno vede che sudo freddo, perché ho la faccia bagnata dagli spruzzi. E mi accorgo che cosa significa andare a vela, significa essere più che mai nella stessa barca, significa diventare molto amici oppure non sopportarsi più. Significa farsi travolgere da una candida emozione e scrivere cose entusiastiche che, purtroppo, sono il contrario dei saggi distaccati e ironici. Prima ho fatto la satira delle crociere sui panfili arredati dagli architetti e ora sono qui a rullare il tamburo sulla navigazione a vela. Lo yacht con duemila cavalli è un fatto di casta. La barca a vela è interclassista, riporta l’uomo alle origini: Giovanni, Franco, Marcello, Ludo, Nanni, come si chiamano di cognome? Sono capuffici o amministratori delegati? So soltanto chi sa controbordare fulmineamente un fiocco, so soltanto che equipaggio mi sceglierei. Difficilmente potrò comprarmi un ketch di sedici metri: l’importante è che se lo compri qualcun altro. Gli altri hanno sempre bisogno di equipaggi e, se io imparerò a puggiare o a orzare correttamente, andrò a ruba.
Giovedì. Uomo in mare, gridò l’istruttore e buttò un gavitello che, nell’esercitazione, avrebbe dovuto rappresentare quest’uomo finito fuori bordo. Eravamo già abbastanza in difficoltà, perché stavamo facendo l’addestramento a ridurre le vele, quando il vento rinforza e il mare si gonfia: compiere queste operazioni con la barca che si abbatte sotto le raffiche, significa fare gli acrobati senza rete e uno di noi borbottò ad alta voce che ne avevamo già abbastanza di questi equilibrismi, che ci voleva un sadico per ordinare un supplemento di emergenza all’emergenza. L’istruttore udì e disse una cosa impeccabile: è proprio quando siete inguaiati che succede il guaio di uno che finisce in acqua. Recuperare un naufrago quando si ha un motore è un gioco elementare, recuperarlo quando l’unico motore è il vento, con le sue maledette leggi di trigonometria, è una avventura, perché il vento non ha nessuna comprensione umana, non si gira, non collabora, continua ad andare per la sua strada. E così facemmo quello che ci avevano spiegato nella lezione, cominciammo a buttare fuori tutto ciò che galleggiava, giacche, cassette, sacchi di plastica, barattoli: una specie di sentiero di Cappuccetto Rosso per ritrovare la strada al ritorno, dopo la virata. Io che stavo al timone dovevo disinteressarmi dell’uomo in mare, dovevo soltanto tenere la rotta al millimetro, un compagno invece doveva puntare gli occhi sul naufrago-gavitello e cercare di non perderlo di vista. Dopo qualche minuto, virammo di centottanta gradi: se la rotta era stata esatta, risalendola, ci saremmo ritrovati nel punto dell’uomo in mare. Bisognava fare piuttosto in fretta: il mare di Caprera è mite, un uomo vestito riesce a sopportare quel tiepido velo d’acqua che si forma fra gli indumenti e la pelle anche per due ore, ma ci sono mari “da due minuti”, dopo di che si recupera un caro estinto. Risalimmo sopravvento il sentiero di oggetti galleggianti finché ci trovammo all’altezza del naufrago, a questo punto bisognava mettersi in panna e lasciare che il vento ci spingesse dolcemente verso il gavitello. Non so come ordinai questa manovra, so che l’istruttore mi disse: bravo, hai centrato il gavitello, però se fosse un uomo, recupereremmo un cadavere, mai vista una speronata così perfetta.
Venerdì. Lezione di mal di mare. Anche qui bisogna stabilire la differenza tra la vela e il motore. Quando si va a motore, tutti si mettono in cuccetta e se ne stanno male in tutta tranquillità (chi sta al timone non soffre il mal di mare, come il guidatore di una macchina è l’unico che non ha la nausea sulle strade a tourniquets). A vela invece bisogna lavorare e decidere continuamente e con lo stomaco rovesciato e il sudore freddo non si riesce a lavorare e neppure a decidere: ci sono comandanti che, invece di ordinare una manovra, fanno miti proposte, io direi di fare così, voi che ne dite? E quando in mare subentra la democrazia, è il naufragio. Il mal di mare – informa il manuale dei Glenans, cioè la bibbia della vela — non è un inconveniente da educande; non c’è navigatore dal più collaudato “piede marino” che, a un certo punto, non soccomba a questo malessere paralizzante. L’unica soluzione è combatterlo: stamattina ci hanno tenuto una lezione dietetica, quello che bisogna mangiare (legumi, frutta secca, cioccolata) e quello che bisogna evitare (stufati, cavoli, fritti). A un certo momento ho alzato la mano e ho detto che, quando ho vissuto un mese su un peschereccio in Atlantico, mangiavo un acciuga senza pane: se non si vomita subito non si vomita più. L’istruttore ha osservato che avevo scoperto l’America e che, se invece volevamo restare a nelle stranezze, lui poteva darci qualche ricetta: un bicchier d’acqua di mare (suggerito dal navigatore Slocum), una fetta di pane raffermo (consigliato dai pescatori bretoni) e nocciolo di ciliegia (proposto da anonimo del Settecento). E allora m’è venuto di pensare a che ridicola gente di mare siamo noi italiani che, nelle nostre scatoline d’argento, teniamo tante pillole variopinte, mai che ci sia posto per un volgare, prodigioso nocciolo di ciliegia.
Stamattina Nanni, uno di Torino con cui mi sembra di aver fatto la guerra insieme, perchè insieme ci siamo rovesciati, insieme abbiamo rischiato di naufragare sugli scogli, insieme abbiamo avuto paura e abbiamo avuto coraggio, mi ha chiesto che cosa faccio “da borghese”. E così abbiamo constatato come pochi giorni a Caprera sprofondino in lontananze remote di tempo e di spazio. La barca a vela affascina perchè è uno strumento che è rimasto immutato nei secoli: anche se gli scafi e le rande sono stati perfezionati, le leggi, i problemi, le sensibilità sono gli stessi, si stringe o si allarga al vento come i fenici, i greci, i romani, come i più antichi marinai; gli egizi, raffigurati nel famoso bassorilievo di Deir-el-Bahari, in Egitto. Mi sembra che da sempre i miei problemi siano stati quelli di recuperare un uomo in mare, di combattere la nausea, di spiare il momento in cui la vela fileggia per bordarla giusta, di come si arma un vaurien assicurando l’albero con le sartie, “inferendo” il boma, issando le vele con le “drizze”. Mi viene da pensare alle nostre automobili che partono girando una chiavetta, non bisogna ogni volta armarle sistemando il volante, l’acceleratore, la frizione; queste macchine che, sotto raffica di vento sull’autostrada, non orzano o non puggiano, al massimo sbandicchiano un po’; che attraccano a un marciapiede senza manovre che mozzano il fiato. Dopo una settimana mi dice Franco, che è un veterano di Caprera, hai voglia di ripartire per Milano, di ributtarti nella mischia che ti consuma e ti alimenta; ma una settimana ogni tanto è indispensabile, è la terapia totale, perchè il relax non è l’assenza di pensieri, che è impossibile, ma l’avvicendamento di pensieri diversi. C’è un piccolo pensiero, per esempio. che mi ossessiona: un nodo, che si chiama “gassa d’amante”. Non riesco a capirlo: se è un test per misurare l’intelligenza, è avvilente. Giro con un cordino (anzi con una cimetta, perché il cordino nel mondo di mare non esiste) e mi esercito pateticamente. Caprera mi entra nei polmoni, è sempre spazzata dal vento, il cielo è pulito come se l’avessero lavato con secchi d’acqua. Non ho più bisogno di una pastiglia per dormire, non fumo quasi più. Perchè le mutue non “passano” una settimana a Caprera?
Sabato. Dopo averli visti tanti giorni con i maglioni o le cerate gialle, i mei compagni, con la cravatta e la giacca, sembrano provvisori come gli ufficiali quando si mettono in doppiopetto. Il nostro è stato un corso accelerato, ma, da primavera, cominciano quelli regolari di quindici giorni, aperti a cittadini dai 17 ai cent’anni. Si paga poco perché si è autosufficienti nel preparare la mensa, nel servire a tavola, nello scopare le camerate, nel pulire i gabinetti. Saranno quindici giorni ideologicamente disimpegnati, ma la vita è fatta anche di tregue, ogni tanto le esperienze umane arricchiscono anche quando ci si sgancia momentaneamente dall’ impegno civile. A Caprera si ritrovano signorini e operai, qualcuno se ne va dopo due giorni, quelli che restano vengono contagiati da questo modo antico, quasi biblico, di andare per mare. Si imparano anche, tra leggi di fisica e leggi umane, singolari abitudini di correttezza: per esempio che gli inglesi in navigazione, dopo il cambio di un turno di equipaggio, aspettano almeno mezzora per modificare anche leggermente la regolazione delle vele, perchè ciò non sembri scortese alla “guardia” smontante. Tranne il nodo “a gassa d’amante”, ho capito anch’io molte cose: ho capito e scoperto il mare, che pure avevo solcato tante volte con un transatlantico, un moscone o un fuori bordo. Lascio i miei compagni all’aeroporto di Fiumicino. il salutiamo, scambiamo gli indirizzi, ci scambiamo soprattutto i cognomi: eravamo sopravvissuti egregiamente sette giorni ignorando i nostri alberi genealogici.
Di Luca Goldoni. Da “Il pesce a mezz’acqua”, Arnoldo Mondadori Editore.
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