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Che cosa cerchiamo
Tratto dal Giornale della Vela del 2021, Anno 47, n. 01, febbraio, pag. 58-61.
Una brutta, bruttissima tempesta a bordo di una barca di legno è lo spunto per una bellissima storia di mare descritta dallo scrittore Piero Grossi. Una riflessione sulla vita, su cosa cerchiamo complice l’odore di coppale che si mischiava al sale. L’albero era caduto. Un racconto magistrale.
Pubblichiamo, in esclusiva per voi, il racconto di un grande scrittore e velista, Pietro Grossi. “Che Cosa Cerchiamo” è ambientato subito dopo una brutta, bruttissima tempesta. Girate pagina per immergervi nella lettura, ma prima vi diamo un consiglio: leggetelo con calma e attenzione. Solo così potrete cogliere i dettagli sottintesi e godervi appieno questa bellissima storia di mare.
Sedevo rannicchiato sul ponte e sentivo il teak rigarmi la pelle. Mi teneva caldo una felpa, scartavetravo e davo la coppale sulla tuga del Rizla. Marco e il tedesco cercavano di aprire le ganasce piegate dell’albero. Di quello che rimaneva dell’albero. Un mezzo tronco scomposto a metà barca, come l’osso spezzato di gabbiano. Forzavano i bulloni e si fermavano e osservavano e bestemmiavano. L’odore dolce della coppale si mescolava al sale e a quello lontano del pesce. La sollevai con il pennello e la feci ricolare nel barattolo, era morbida e sicura. Staccai un pezzo di ferro rimasto incastrato nella falchetta, accanto a un candeliere spezzato. Il vecchio mise un piede sulla passerella, aspettò un secondo e salì. Era una cosa che non faceva mai. Aspettare, dico, salire con prudenza. Di solito lo faceva di corsa, senza fermarsi. Aveva i capelli spettinati e sembrava più anziano con quei pantaloncini e quelle tre rughe a traverso della fronte. Teneva al petto, con la mano, un sacchetto di carta marrone. Erano mani forti e gentili, le sue. Mani di cui ti potevi fidare. Poggiò un piede in pozzetto e sparì sotto coperta. Marco diede un calcio alla base dell’albero e mise le mani sui fianchi, il viso contratto. Alzò gli occhi chiusi al cielo. Era un buon timoniere, Marco. Aveva in testa una bandana, indosso un paio di jeans tagliati e una maglietta bucata. Il tedesco armeggiava ancora con un bullone. Il vecchio tornò fuori con un vasetto di plastica in mano e un cucchiaino. Si mise a sedere sulla tuga, poco lontano da me, con i piedi sul ponte.
– Occhio che lì è fresco. Lui guardò in basso e tornò a fissare il vasetto.
– Che mangi? – chiesi.
– Uno yogurt.
– Da quando mangi yogurt?
– Da stamani.
– È buono?
– Spero. Sa di sano. Silenzio.
– Ti piace l’Ovni? – domandò con lo yogurt in bocca. Guardai accanto.
– Sono brutte, ma solide – dissi.
– Hanno la chiglia abbattibile.
– Sì, lo so, sono furbe. Silenzio.
– Il legno è più bello.
– Mah. Sembrava stupida, d’un tratto, quella parola: bello. Il vecchio girò la testa verso Marco e il tedesco che lottavano con il mozzicone dell’albero. Prese una cucchiaiata di yogurt.
– Come vanno i lavori? – chiese.
– Non c’è male. Con calma.
– Bisogno di una mano?
– Io no. E loro mi sa che è meglio lasciarli soli.
– Mi sa anche a me. Gli altri dove sono?
– A terra, da qualche parte. Hanno detto che volevano fare un giro.
– Come stanno?
– Così – dissi. Il vecchio alzò lo sguardo sulle drizze dell’Ovni che scampanellavano.
– Lo sai che il tedesco ha lasciato la moglie per venire con noi? – disse.
– Quando torna a Monaco la ritrova.
– Bisogna vedere se lei ritrova lui. Mi fermai un momento e staccai coi denti un pezzetto di unghia.
– Gran bel pezzo di figliola – disse lui.
– Già, occhi azzurri e culo tondo. Sorridemmo. Il vecchio prese una cucchiaiata di yogurt.
– Ce n’è parecchio in quel vasetto – dissi.
– Me lo faccio durare. Raschiò un po’ il bordo e prese un’altra cucchiaiata. Io intanto cercavo di levarmi della coppale appiccicata a un dito.
– Secondo te dovevamo uscire? Dio santo, pensai.
– Avevamo fretta.
– Lo so, – disse lui – ma forse non dovevamo uscire. Presi lo straccio e me lo passai sulle mani.
– Era un bravo ragazzo – disse.
– Sì, era un bravo ragazzo. È stata una brutta tempesta.
– Non lo so, forse non dovevamo uscire. Continuava a raschiare i bordi del vasetto.
– Credo siano cose che non si decidono. Dissi. Silenzio.
– Forse. Il vecchio raschiò ancora e prese l’ultima cucchiaiata. Osservò il vasetto vuoto, si alzò e andò verso la scaletta. Poco prima di scendere si fermò, fece come per dire qualcosa, poi ci ripensò e sparì sottocoperta. Io mi imbambolai sullo spazio dove si era fermato, poi immersi il pennello nel barattolo. Lo strusciai contro i bordi per levare l’eccesso e ripresi a stendere la coppale. Non mancava molto ormai, per finire.
di Pietro Grossi. Illustrazione di Luca Tagliafico
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