1994: Oceaniche emozioni per quattro italiani
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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.
Oceaniche emozioni
Tratto dal Giornale della Vela del 1994, Anno 20, n. 1, febbraio, pag. 34/39.
Il racconto anni ’90 di quattro giovani velisti mediterranei che raccontano le loro avventure in oceano. Come il 30enne Pietro D’Ali che dice: “Al 52° parallelo ti sembra tutto impossibile”. Oppure Marco Zancopè che a bordo del suo Mini di 6 metri quando taglia il traguardo scoppia in un pianto liberatorio.

Partire per una regata velica che abbia per percorso il giro del mondo o una traversata oceanica, rappresenta per alcuni un semplice impegno di lavoro, un’avventura sportiva, per altri una sorta di Puerto Escondido, una fuga dalla routine della vita di tutti i giorni. Alla fin fine però, sia il più freddo dei professionisti che il più emotivo dei fuggitivi, non può rimanere indifferente a scenari e situazioni impossibili. Entrambi si ritrovano a provare emozioni e sensazioni uniche, emozioni capaci di essere provate solo da chi ha navigato con certi venti, con certe onde, a certe temperature o a certe latitudini. Molti di noi hanno come sogno nel cassetto una partecipazione a una regata attorno al mondo o una traversata oceanica, ma sbaglia chi sottovaluta le leggi degli oceani fino a credere che l’Atlantico sia ormai diventata una piscina in cui si nuota facilmente. Per il momento, in attesa di poter raccontare la vostra storia oceanica, accontentatevi dei racconti di esperienze vissute direttamente da alcuni nostri amici, reduci da poco tempo da avventure e disavventure durante la navigazione tra i più rispettati oceani della nostra Terra.
Rodolfo Guerrini: non dimenticherò mai quel cielo
Rodolfo Guerrini, Rudy per tutti, un passato da odontotecnico ora prodiere su Merit Cup, il maxi svizzero armato a ketch in gara durante questa edizione ancora in corso della Whitbread, la regata attorno al mondo, si è guadagnato il posto dopo una lunga e dura selezione gestita dallo stesso skipper della barca Pierre Fehlmann. Guerrini, 32 anni, romano, insieme al torinese Giovanni Ferreri è uno dei due italiani imbarcati su Merit Cup. Primi italiani nella storia della Whitbread ad aver vinto una tappa. “Quando parti per una tappa del genere sei consapevole di trovare condizioni di tempo avverso, comunque in mare, anche quando fai una regata corta, gli imprevisti li trovi sempre, e quindi il mare va preso con un certo rispetto. Con queste barche noi siamo preparati a correre al massimo, qualsiasi siano le condizioni del vento e del mare. Gli equipaggi sono consapevoli di quello che stanno facendo. I rischi ci sono, ma il nostro non è un equipaggio di sprovveduti. Il primo pensiero è la regata, si ha voglia di fare bene, l’obiettivo è competere. Bisogna ricordare che in questa regata anche se non vedi l’avversario, conosci la sua posizione sempre, quante miglia guadagna, quante miglia perde, e questo ti sprona ad andare più veloce o a tirare anche quando c’è tanto vento. Bisogna stare attenti a gestire bene le vele, l’equipaggio, in modo da non spaccare. A volte conviene anticipare una manovra per non trovarsi in difficoltà tali che potrebbero poi costarti una vela, l’attrezzatura, la regata. Rispetto al mediterraneo, al Sud, a queste latitudini, c’è sempre vento. Noi siamo abituati al colpo di vento ma prevalentemente c’è bonaccia. Qui invece il vento è sempre costante, sui 20, 30 nodi. Una cosa impensabile per noi. Cosa mi rimarrà impresso per sempre nella memoria? Il cielo di una luminosità irreale, le onde maestose e potenti, e la compagnia perenne di questi uccelli neri, gli albatros, gli uccelli del Sud. Ma la più grande emozione è stato l’avvistamento del mio primo iceberg. Era un ‘isola di ghiaccio con la cima avvolta dalle nuvole, sembrava qualcosa di mistico. Uno spettacolo surreale. Ogni grado che scendi più a Sud ti accorgi della differenza di clima e di scenario naturale. Ogni grado cambia tutto: dal colore del cielo che prima è terso con delle nubi, poi man mano che si scende diventa sempre più cupo. Sotto i 50° di latitudine Sud invece il cielo è sempre come ovattato, un’ovatta fredda che non ti permette molta visibilità. Certe volte c’è la nebbia, ma non è la nostra nebbia. c’è vento ed è qualcosa che ti limita la visibilità, una vera e propria cappa di freddo. Sembra di essere in un frigorifero. Le uniche ore di sole sono quelle che accompagnano il passaggio di un fronte freddo, poi torna l’ovatta, cala la visibilità e torni nella solitudine. Questo succede perchè le barche sono molto veloci, fanno una media di 16 nodi, e quindi si scende di latitudine molto rapidamente. Abbiamo iniziato anche questa tappa di bolina, subito con trenta nodi sul naso. Poi entrati nei quaranta ruggenti abbiamo navigato con trenta, quaranta nodi sempre. In queste condizioni la mezzana il più delle volte è legata al boma; infatti non riesci a portare la barca con le vele dietro, altrimenti straorzi ogni volta che parti in planata. Quando succede è comunque preferibile essere sul ponte per rendersi conto di quello che succede. Dentro vedi solo volare tutto senza sapere perché”.

“Fa freddo. L’acqua è a un grado di temperatura. Un giorno durante il mio primo quarto d’ora di timone ero senza guanti, quando ho cercato di metterli era troppo tardi, le mani si erano gonfiate troppo, i guanti non entravano più. Quando navighi hai sempre una decina di uccelli che ti seguono nella scia. Che strano che qui, ai confini del mondo e con questo tempo orribile, questi acrobati volanti ci seguono sempre. Meno tre. Questa è la temperatura record della tappa. La notte è dura e fredda, il ponte ghiaccia a volte così come il windex e le drizze e tutto il resto. Quando devo salire sul tangone per un peeling devo togliere i guanti e quando ho finito, e scendo sul ponte, non sono in grado di muovere le dita, per cui mi tira dentro un altro. Insomma a Campiglio almeno andavamo dal Bepi a bere un grappino, qui no. Una volta per recuperare una vela che non voleva più scivolare sullo strallo siamo stati costretti a orzare bruscamente per far strappare la relinga. Immaginate che manicomio il recupero. A queste latitudini ho serfato le onde più grandi della mia vita. Dopo aver passato le isole Kerguhelen le cose hanno iniziato ad andare meglio: in due giorni abbiamo guadagnato più di 16 miglia su NZ, siamo scesi con più di 40 nodi mantenendo medie altissime, con punte fino a 26. Mica male. Le onde crescevano sempre di più, in altezza e in lunghezza, dal passaggio delle isole abbiamo esploso tre gennaker, basta poco, un groppo mal stimato o una piccola orzatina del timoniere oppure un’onda incrociata. Giovanni non ha fatto altro che cucire vele: mai fare il velaio su queste barche! La neve e la grandine arrivano spesso con i groppi, pensa che bellezza. Record di straorzata: una mattina ci siamo sdraiati sull’acqua a novanta gradi. Ho ammirato il lavoro di Bruce Farr. Chiglia perfetta e timone stupendo! Ho avuto modo di osservarli con attenzione mentre stavo aggrappato alla coperta aspettando che la barca si raddrizzasse. I ricordi si accavallano. E la mia prima esperienza del grande Sud. Pierre che è la quinta volta che passa da queste parti ci dice che il grande Sud ci ha graziato: poche tempeste, pochi ghiacci, poche difficoltà. Sarà, ma io le altre volte non c’ero, e ora, nonostante le difficoltà, sono sicuro che ci tornerò a curiosare quaggiù”.

Pietro D’Alì, la vela a tutti i costi
Pietro D’Alì, 30 anni di Milano, è alla sua prima esperienza nella vela oceanica. Sulle derive è uno dei maggiori talenti del panorama velico italiano. Quest’anno con la Star, la regina e la più tecnica delle classi olimpiche, ha vinto il Campionato Europeo di Primavera e il Campionato Italiano. La sua grande conoscenza della messa a punto delle vele e questo suo avere la vela nel sangue, gli ha fatto guadagnare un posto come timoniere dell’unica barca italiana iscritta a questa Whitbread. Per Pietro si tratta di una nuova esperienza di vita in un anno di transizione, attendendo di tornare a regatare sulla Star quando i programmi federali saranno più chiari. Pietro è un tipo “vela a tutti i costi”. Racconta: “Il 3 dicembre c’erano 35 nodi di vento, stavamo per togliere l’asimmetrico più piccolo e io avevo appena finito il turno quando ho sentito uno schianto. Mi sono precipitato a poppa, sul timone, perché lo schianto veniva da lì. Ho visto una marea d’acqua entrare dentro la barca: Non è stata una bella cosa. Quando navighi a 52° di latitudine Sud e vedi entrare l’acqua a bordo, per un attimo pensi è tutto perduto. Il primo impatto è di shock. Vedi questa acqua che entra e pensi: non è possibile, non è possibile! Poi reagisci, non ti dai per vinto e fai di tutto per tenere a galla la barca, anche se i primi momenti ti sembra un ‘impresa impossibile. Dopo qualche secondo di stupore ci siamo precipitati tutti con i secchi a togliere l’acqua. Il nostro problema era che il timone si era incastrato sotto lo scafo e non se ne voleva andare. Il settore rischiava di allargare la falla creata dalla rottura dell’asse, e provocarci un danno maggiore di quello che avevamo, fino a renderlo irreparabile. Abbiamo dovuto segare il settore per liberare il timone ed è stata un’operazione molto lunga perché dovevamo lavorare nell’acqua freddissima, che ci arrivava alla vita, che aveva riempito tutta la parte poppiera dove l’altezza massima è meno di un metro e 40. Insomma, abbiamo lavorato come subacquei nell’acqua gelida a 2 gradi. È stata un’operazione veramente difficile. Alla fine siamo riusciti a liberarci del timone strambando per 6 volte successive mentre da dentro con il martello picchiavamo come dei pazzi. Per fortuna in quei momenti smetti di pensare, ci dai dentro più che puoi e basta. Credo che sia stato inevitabile quindi, per il nostro skipper attivare il segnale di soccorso, l’EPIRB. La radio era ormai fuori uso, per cui, anche se riuscivamo, come è successo, a tenere la barca a galla, sarebbe stato un problema rimanere per molti giorni senza dare nostre notizie. Avremmo tenuto tutti quanti per 10 giorni in angoscia. E poi con l’acqua a quelle temperature pensi che se devi andare sulla zattera è meglio che qualcuno sia avvertito e ti venga a cercare subito, il prima possibile. Certo la Giuria dovrebbe stabilire regole ferree sulla posizione degli strumenti di comunicazione: senza regole è ovvio che tutti tendono a mettere il ripetitore delle radio, una roba veramente pesante, più in basso possibile, a portata d’acqua. Andrebbero differenziati anche i segnali di emergenza: solo a terra abbiamo scoperto il valore di un segnale EPIRB. Infine tutti dovrebbero avere un timone di emergenza da appendere a poppa come noi. Liberata la barca dal timone, cinque ore dopo, ci siamo ritrovati con un buco di 35 centimetri da tappare. Qui siamo stati veramente bravi: abbiamo chiuso la falla in modo perfetto. Il fondo di un secchio, tenuto in pressione con il buttafuori del tangone e stagnato con materassini e silicone è stata la nostra soluzione. Così abbiamo iniziato a vuotare la barca dall’acqua. Alle 10 di sera, oltre 14 ore dopo l’inizio di questa disavventura la situazione era perfettamente sotto il nostro controllo e abbiamo alzato la tormentina e ci siamo rimessi in rotta per Fremantle. Due ore dopo abbiamo avvistato le luci di La Poste. Ci avevano trovato. Via VHF ci siamo messi in contatto confermando che eravamo in grado di proseguire con i nostri mezzi”.

“Tramite la radio di La Poste, Guido Maisto è riuscito a comunicare in Italia e in Inghilterra che eravamo tutti sani e salvi. Abbiamo detto a La Poste che poteva proseguire ma l’arrivo di una brutta depressione ha convinto Daniel Mallé a restarci vicino. Durante la notte il vento ad oltre 60 nodi ci ha costretto a metterci alla cappa. lo pensavo che potevamo trovarci anche nel battellino in quelle condizioni. Invece eravamo tutti a bordo e Brooksfield navigava sicura. Questa esperienza mi ha confermato che mi piace navigare, sono l’unico a bordo che è ingrassato invece di dimagrire. In queste situazioni ci sono persone con cui uno si trovam meglio e magari aumenta e consolida un’amicizia ci sono poi altre persone con cui già non si trovava a proprio agio prima e quindi si cerca di evitare scontri. Siamo dei professionisti. Non è una crociera per cui le persone te le scegli. È certo che in quei momenti ognuno reagisce come è, non si può barare. Stefano, che è generoso, si è congelato i piedi per tenere a bada la falla per oltre 4 ore, altri si sono chiamati fuori. Per fare questa regata ci vuole molta passione per il mare, perché un mese in barca in queste condizioni se uno non ha molta passione è insostenibile (pozzetto allagato, sempre bagnati e veloci, ndr), resistenza al freddo e alla fatica, quindi ci vuole anche una buona preparazione atletica. Per questo se uno è impaziente e presuntuoso è meglio che stia a casa. Va aggiunto che i W60 sono dei grossi derivoni: si viaggia al lasco stretto con il gennaker a velocità inimmaginabili. Il log non scende mai sotto i 18 e oscilla fino ai 23/24 nodi, come un catamarano. Questo è molto faticoso perché le onde passano sulla coperta, gli spruzzi arrivano fino al timoniere, il pozzetto centrale è sempre allagato, bisogna tenere le scotte in mano perché si rischia in ogni momento una straorzata, bisogna seguire molto le onde con il timone proprio come una derive la barca è sempre in costante planata. Grandi emozioni quindi, ma a queste latitudini fa sempre troppo freddo e quando non hai la stufa per riscaldare almeno i vestiti, uno rimane sempre bagnato, anche quando va a dormire. Le cerate e i vestiti bisogna quindi portarseli nel sacco a pelo, scaldarli con il corpo e indossarli, oppure tenerli sempre addosso. A volte capita di domandarti ma chi me lo ha fatto fare? Però poi quando arrivi a terra sogni sempre di ripartire. È una molla che uno ha dentro, forse è il fatto di andare contro l’ignoto, contro gli imprevisti, che ti spinge a queste imprese”.
Marco Zancopè: coraggioso e sfortunato
Marco Zancopé, ventotto anni, architetto, vive ora in Francia a Guidel. Ha partecipato all’ultima edizione della Mini Transat, la regata transatlantica per solitari con barche non più lunghe di sei metri e mezzo che si disputa ogni due anni. La rottura dei timoni gli ha negato una storica vittoria, in un mondo velico molto particolare monopolizzato dai francesi e che solamente negli ultimi anni sta coinvolgendo anche i velisti italiani. Zancopé ha deciso di partecipare a una regata oceanica in solitario, perché crede che questo tipo di navigazione sia capace di segnare la vita di un velista in maniera diversa dalle altre, più profondamente. Dice: “Dopo il colpo di cannone che da il via alla regata, siamo ancora tutti fermi: un minuto di silenzio per non dimenticare Pascal (Pascal Leys, disperso durante la tempesta della prima partenza della Mini Transat: la sua barca è stata ritrovata ribaltata e il battellino di salvataggio vuoto, Dentro di me però non c’è silenzio. Alui ho pensato a tempo debito e la profonda stima che nutro per Pascal non me lo fa certo scordare. Svolgo il genoa e Tè Salt parte verso il corto percorso a bastone prima di mettere la prua a rotto 200 gradi su Palma, dove mi sono posto mentalmente il primo traguardo volante. Mi carica molto di più sapere che devo concentrarmi al massimo, per portare la mia barca al meglio solo per duecentocinquanta miglia anziché per le duemilanovecento dell’intero percorso. Ho paura che ciò mi porterebbe a pensare di poter sollevare il piede dall’acceleratore e riposarmi, tanto la strada è ancora lunga! Vento leggero nella baia di Funchal e barometro a 1019 mb. Tutto come da programma. Dopo aver ammainato lo spi grosso sono in rotta verso la boa di disimpegno. Thierry Dubois (che vincerà poi la Mini Transit su Amnesty International, ndr) è centocinquanta metri davanti a me. Scende la prima notte, le luci di Funchal si allontanano, cambio il genoa con il solent, poi ancora con il genoa. Mi tengo a ovest della rotta diretta, per poi avere la possibilità di strambare ed entrare stretto mare di sinistra, quando il vento girerà e rinforzerà da nord in prossimità delle Isole Canarie. Quasi tutta la flotta è al mio traverso sottovento, solo Thierry ha scelto di navigare a ovest come me. Sono tranquillo. nella mia testa c’è una Transgascogne piuttosto che la Mini Transat. Sono convinto che per vincere non bisogna rimanere attardati nella prima parte. Inoltre tutte le regate svolte durante la stagione con Tè Salt e tutti i trasferimenti, mi fanno sentire a mio agio, seduto in pozzetto con lo stick ora in mano e la scotta nell’altra. La pressione del giorni precedenti la partenza da Funchal sta svanendo, La Transat bisogna aggredirla esattamente come le regate che conosco bene: una volta in mare, non c’è differenza con una regata di triangolo in 470. Ciò che cambia è la preparazione prima della corsa. Comincia a far luce, non vedo altri mini attorno a me. Il vento ha mollato un po’ e ha girato a nord ovest. Il gennaker mi tira fuori dai pasticci a cinque nodi. MI continuo a ripetere ‘spingi, spingi, allungati sugli altri’. Dentro di me, nel mio cervello, ho come la carta nautica con tutte le posizioni degli avversari più pericolosi”.

“Sento che sto guadagnando. Il passaggio dell’Isola di Palma non è dei più facili. Senza posizionamento GPS si carteggia con l’ aiuto del radiogoniometro e della stima del sestante. Voglio passare lontano dalla costa dell’isola per evitare di rimanere senza vento. Mi dico, ‘arrotonda bene, non è una boa gonfiabile. Se fai anche più strada, con il nord-est stabile sui trenta nodi, riguadagni subito’. Strambo alle sette del mattino per mettermi mure a dritta nel mezzo del canale tra Gomera, Tenerife e Palma. Ora navigo con rotta 270 gradi, ho le Antille in faccia. Chiamo Thierry al VHF, ci parliamo bene a quattro Watt, siamo molto vicini. Mi chiede se ho paura quando penso a duemilacinquecento miglia di traversata davanti a me. Gli rispondo di no, a bordo va tutto bene, sono solo un po’ bagnato. L’emozione di bruciare l’oceano a dieci nodi di velocità e di aver passato la prima boa per primo, è veramente grande. Esco dal canale tra le isole con il genoa bompressato e con una mano alla randa. Rido come un cretino pensando che tutto questo è farina del lavoro di tre anni. Sto vivendo il sogno più bello della mia vita. Mi è costato alle volte molto caro, ore di bestemmie e imprecazioni contro il mare e il vento, contro la sfiga, contro di me. Il freddo, il vento, la paura per un mare mai visto prima, in Biscaglia. L’angoscia della nebbia, tutte le volte che mi sono detto, ‘ma chi me l’ha fatto fare’. Attacco il pilota e scendo per mangiare qualcosa e per fare un po’ di navigazione. Il vento, man mano che mi allontano dalle isole, gira a est. Ammaino il genoa e isso lo spi piccolo. Ho paura di aver atteso un po’ troppo a prendere questa decisione. So che Thierry non è tipo da regali. Con lui ogni lasciata è persa. Bruno Le Grand su Dephermerides e Yves Le Masson su Port de Trebourdain, sono abbastanza distaccati, non riesco a sentirli neanche a venticinque Watt. Navigo tutto il pomeriggio a velocità comprese tra dodici e sedici nodi. Uno spettacolo. Vai così Zanco, non lasciarti distaccare, ogni miglio perso oggi sono dieci da recuperare domani. La notte vedo un cargo, gli chiedo la posizione, poi dormo un po’, controllo che tutto sia a posto. Alle otto di mattina del giorno 8 novembre si infrange il sogno. Faccio partire il generatore per caricare le batterie, passo sulla batteria 1, un salto di corrente, il pilota si ferma e Té salt stramba, niente di tragico. Esco per rimettere tutto in ordine e vedo il timone di dritta tra le onde. Un pugno nello stomaco. Vado a prua e ammaino subito tutto, fermo la barca. Anche l’altro timone è sul punto di andarsene, le saldature delle guance in acciaio inox hanno già mollato. Una vite, la più anteriore è senza testa. La sostituisco, l’avvito più che posso, ma appena finita l’operazione crollo sulle ginocchia a piangere. La regata, per me, è finita. Mi passano davanti un anno e mezzo di lavoro, tutte le volte che ho controllato quei pezzi. I dubbi. le perplessità, poi le certezze, le modifiche. Chiamo per VHF una delle barche appoggio, la metto al corrente e le chiedo se può darmi del cibo e dell’acqua supplementari, perché ho l’impressione che la traversata possa durare anche fino a trenta giorni. Con un timone posticcio e improvvisato non si possono fare più di cinque nodi. Da qui fino all’arrivo a St. Martin, la storia è più simile a quella del Kontiki che a quella di una barca per regate oceaniche”.
Andrea Romanelli: vivere un sogno!
Andrea Romanelli, trent’anni di Udine, è laureato in ingegneria nautica e lavora presso i Cantieri Tencara. Nel 1979, all’età di quindici anni, sfogliando il numero di dicembre del Giornale della Vela, trova un servizio dedicato ad American Express, una barca rivoluzionaria che ha appena vinto la Mini Transat. Andrea si innamora di quella barca, che riesce poi a comprare nel Natale del 1992 in Inghilterra. Ha deciso di attraversare l’oceano in solitario in occasione dell’ultima edizione della regata, spinto dal grande amore che prova per il mare. È affascinato anche da altri tipi di navigazioni oceaniche, come anche la Whitbread, ma in solitario riesce a unire meglio la passione per il mare con la passione per le regate. Un dato curioso: tra le barche italiane che quest’anno hanno regatato al di fuori dallo stretto di Gibilterra dedicandosi a traversate oceaniche, giri d’Inghilterra o del mondo, il Secifarma di Romanelli è l’unica barca a non aver rotto nessun timone. Secifarma, l’ex American Express del 1979 appunto, è una barca in legno. Il settimo posto conquistato al termine della regata rappresenta per Andrea Romanelli solamente la classica ciliegina sulla torta. Le sue emozioni sono state ben altre. Racconta: “Dopo interminabili mesi di preparazione, finalmente si parte. Sto vivendo il sogno. Le onde sconquassano la barca e mi sconvolgono nel più profondo. Rimango ipnotizzato dalla potenza e dall’energia del mare che pare inesauribile. La barca mi sembra un cavallo impazzito. Di bolina con quaranta nodi salto giù dalle onde imponendo a tutta la barca e a me stesso delle accelerazioni inaudite. Mi rendo conto che sotto raffica, a cinquantacinque nodi, sto navigando ai limiti di sopportazione per l’attrezzatura e che una piccola avaria potrebbe essere fatale. Un po’ di incoscienza e la grandiosità dello spettacolo naturale mi fanno stare bene, sono felice di stare solo sulla mia barca in mezzo a un mare straordinario. La tappa è annullata: dopo qualche giorno a terra è il momento più brutto della mia avventura: sono state ritrovate la barca e la zattera di Pascal Leys. È un brutto colpo che mi fa riflettere ancora una volta sul senso di tutto ciò, mi tornano alla mente i molti momenti difficili e i sacrifici fatti per riuscire a realizzare questa impresa. Alla fine la bilancia pende dalla parte del ‘tener duro’, per me il gioco vale la candela. Alle Canarie mi ritrovo con il morale a terra a causa di un grosso errore di navigazione che mi costringe a rimontare quindici miglia di bolina mentre gli altri incalzano sotto spi doppiando l’isola molto davanti a me. Il morale non è cero aiutato da alcuni rischi assurdi che mi permetto di prendere per cercare di recuperare. Sento che mi sto facendo prendere troppo la mano dalla classifica e il tutto va a scapito della sicurezza e della velocità della barca. Mi prendo una notte di riflessione e il giorno dopo l’alba fa scattare la molla”.

“Incomincio a essere rilassato, in pace con me stesso e con tutto ciò che mi circonda, le onde sembrano rollare dall’infinito a poppa all’infinito a prua, al diavolo la classifica, devo spremere la barca al massimo, godermi la traversata e alla fine si vedrà. L’euforia aumenta ogni giorno di più e il mare è fantastico. Ho la sensazione di essere indietro in classifica e sono deciso a non mollare neanche un metro agli avversari. Le planate si susseguono interminabili e sotto spi continuo a migliorare i record di velocità della barca, sfioro le duecento miglia nelle ventiquattro ore. Runaway, una delle barche assistenza, in uno dei pochi contatti VHF che riesco ad avere, mi comunica che lo Zanco (Marco Zancopé su Té Salt, ndr) ha dei problemi ai timoni e che, avendo chiesto assistenza, è fuori gara. Sono inferocito. La nostra amicizia è nata tre anni fa parlando di questa avventura, che con grande entusiasmo stiamo vivendo insieme nella stessa edizione. La fine del suo sogno mi lascia l’amaro in bocca. Mi sento un po’ l’ultimo baluardo di una ‘spedizione italiana’ che a tutt’oggi ritengo meritasse di più. È difficilissimo dosare il gas, una stupidata qualsiasi potrebbe mettere la parola fine a questo sogno fantastico. Passo circa sedici ore al giorno alla barra per ridurre al minimo i rischi e per perdere meno strada possibile. Per intere giornate mi sembra di essere a bordo del mio contender, la planata è praticamente continua e le punte di velocità sopra i quindici nodi sono ormai la quotidianità. Man mano che scendo a sud alterno momenti di entusiasmo per le prestazioni di Secifarma a momenti di completo rapimento da spettacolo naturale. Le albe e i tramonti sono travolgenti con i loro giochi di colore. Gli uccelli marini, con il loro volo quasi a toccare le onde, mi tengono compagnia per tutta la traversata. Mi sento pieno di energia, tanto che supero i momenti difficili come la rottura del boma e della randa con una rapidità sorprendente. La navigazione si sussegue tra groppi, raffiche, piccole avarie e l’eterno timore da rottura. Le ultime miglia sono di bolina, due mani di terzaroli e l’olimpico, sto arrivando, faccio l’ultima virata, manca circa mezzo miglio, la prua punta sicura sulla boa della linea d’arrivo. Il pensiero è rivolto una volta di più a Fabrizia con il suo fardello di affetto, a mio fratello e ai miei amici che mi hanno aiutato. Sento la sirena dell’arrivo. lo e la mia barca ce l’abbiamo fatta. Incredibile, oltre al settimo posto sono al settimo cielo!”.
di Andrea Falcon e Ernesto Farace
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