1993. Come si vince secondo Mankin

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Benvenuti nella sezione speciale “GdV 5o Anni”. Vi stiamo presentando, giorno dopo giorno, un articolo tratto dall’archivio del Giornale della Vela, a partire dal 1975. Un consiglio, prendete l’abitudine di iniziare la giornata con le più emozionanti storie della vela: sarà come essere in barca anche se siete a terra.


Mankin: questa è la mia vela

Tratto dal Giornale della Vela del 1993, Anno 19, n. 05, giugno, pag. 52-54.

Ecco come ci si prepara per vincere le Olimpiadi secondo Valentin Mankin, uno dei più grandi velisti della storia, allora commissario tecnico della nazionale italiana. Una lezione magistrale, una filosofia di vita, una preparazione alla vittoria. Senza peli sulla lingua.

A un anno da Barcellona, Valentin Mankin, per la prima volta, racconta i retroscena della spedizione azzurra e spiega il suo programma per il prossimo quadriennio. È la sua filosofia, la sua maniera di intendere la vela e la preparazione alla vittoria.

Vuole spiegare la sua maniera di intendere la vela: non soltanto l’allenamento, la preparazione ai grandi appuntamenti, il lavoro in vista delle Olimpiadi ’96, ma come intende rifondare riorganizzare l’attività a tutti i livelli. L’ultima immagine di Valentin Mankin, riconfermato DT degli azzurri, era quella di Barcellona mentre con una faccia da funerale, raccoglieva le carte, le classifiche, i bollettini meteo nel box ormai in disarmo della squadra italiana al termine di una Olimpiade da dimenticare. Mankin riparte. Una lunga chiacchierata al Centro di Preparazione Olimpica di Livorno: ricordi, confidenze, sfoghi amari (“Prego, non parlare di queste cose, non voglio far male a nessuno; e poi sono cose passate”), tracciando su una montagna di fogli, schemi, grafici. Insomma quella che considera la formula vincente della vela, la filosofia che lo ha portato a vincere tre medaglie d’oro olimpiche in tre classi diverse: il suo “Piano Quadriennale” per gli azzurri.

Il Giornale della Vela – Come eri partito da Barcellona?
Valentin Mankin – Non ero mai stato così male. Ma come finiva l’avevo visto già l’anno prima, alla riunione degli allenatori, nell’ottobre del ’91.

GdV – Finora non ne hai mai parlato. Puoi ora dirci cosa successe?
V.M. – La mia proposta era in contrasto con quella degli allenatori. Il programma aveva come prima tappa le regate di Palamos a Natale, poi le selezioni, la preparazione; breve riposo e rifinitura per le Olimpiadi. E in tutto questo periodo occorreva curare tutti gli aspetti: partenza, bolina, virate, girodiboa. Qualche classe era già selezionata: poteva subito lavorare. Ma alla fine quando ho chiesto cosa avessero fatto per migliorare. per esempio la partenza, la risposta è stata: zero. Soltanto lavoro sulla velocità.

GdV – Non è importante?
V.M. – In Russia diciamo che ogni sport ha una formula. Nella vela la vittoria è un rapporto tra distanza e velocità. La distanza è il campo di regata e qui il primo amico, per qualcuno il primo nemico è il vento: quindi occorre conoscere la meteorologia. Oggi abbiamo il colonnello Salvatore Rizzo, il miglior meteorologo in Italia: quando fa lezione non vola una mosca. Poi, sempre sul campo di regata abbiamo la corrente e l’onda e dobbiamo sapere tutti di questi elementi. Quando sei preparato e conosci il vento, la corrente, l’onda, hai la tua strategia. Sempre nella distanza c’è la tattica: il regolamento di regata. A ogni atleta avevo dato tre, cinque libri di regolamento. Abbiamo il regolamento più difficile di tutti gli sport e occorre conoscerlo. Poi la velocità; anche se qualche volta devi fermarti per ragioni di tattica. E la velocità è la tecnica che significa preparazione della barca e preparazione specifica cioè allenamento. Altro elemento della tecnica, la preparazione fisica. Infine, esiste il problema della psicologia dell’atleta e quello medico.

GdV – Dette così sono cose ovvie, qual è stato allora il problema?
V.M. – Non è stato uno solo. L’avevo già visto in tanti raduni al CPO; ogni volta a chi viene qui viene data una penna e un notes: 20-30 penne, 20-30 notes. Nessuno è abituato a prendere appunti. E non si può studiare la teoria se non si scrive. Il 90 per cento di allenatori e atleti non scriveva la propria preparazione. Non conosco nessuno che abbia vinto a una Olimpiade senza prendere appunti. Mancavano anche altre cose: pochissime le barche con un orologio, un sistema per vedere la corrente, un binocolo e ovviamente un notes e una penna. Eppure la Federazione aveva soldi e non faceva mancare niente. Infine la preparazione in mare che va fatta presso il proprio circolo e con il proprio allenatore. A Barcellona è mancata la qualità: nessun nostro allenatore aveva una preparazione completa. Se chi allena non ha studiato, se non conosce i problemi meteo, di regolamento, la preparazione fisica, il risultato è un sistema improvvisato. Un sistema senza sistema. Se facciamo un ospedale e non c’è un dottore, che ospedale è? Non c’è chirurgo se non esiste l’università.

GdV – Il problema è quello degli allenatori?
V.M. – Non soltanto, però io dico: se hai un allievo, se hai dieci allievi da seguire, da crescere, puoi migliorare. Se non hai nessun allievo il tuo lavoro di allenatore si svolge solo con gli allievi che cresce qualcun altro ma manca una parte fondamentale del tuo lavoro. Come si dice, solo la madre conosce il dolore di far nascere il figlio.

GdV – Torniamo alle Olimpiadi. Perché non era stato seguito il tuo programma di preparazione?
V.M. – Alla mia domanda: perché non vi siete allenati sulla bolina, sulla partenza, mi è stato risposto: crediamo che non serva, gli atleti non hanno fiducia. Tutti puntavano sulla velocità. Ma se tutti, dagli americani ai francesi, tutti lavoravano sulla velocità quale possibilità avrebbero avuto gli italiani di essere più veloci in assoluto? Per quale magia? Fin dall’inizio della mia attività, a 15 anni, non ho messo la velocità al primo posto. Alle prime regate internazionali mi sono detto “Come faccio a essere più veloce degli americani che hanno dietro industrie e ricerche? OK Valentin, la velocità è la seconda cosa!” Per essere veloce, senza aver bisogno di soldi, l’unica strada che avevo a disposizione era fare le virate migliori del mondo, le migliori strambate, capire meglio il vento. Tutte cose che non costano. Tutte cose semplicissime. In barca hai tre avversari: il vento, l’onda, la corrente. Prova a lottare con questi avversari: puoi confrontarti con loro anche da solo. Poi ci sono gli altri concorrenti e ogni volta è una storia diversa. E questa è la fantasia. Ma se sei preparato, se sei tranquillo, non c’è fatica nello scrivere questa storia. Alla mia prima Olimpiade, alla prima prova, guardo la linea di partenza e vedo che a cinquanta metri dalla boa c’è spazio: tutti hanno paura. Mi sono rilassato, un massaggio alle gambe e zac, partito di mure a sinistra, primo. Se l’hai fatto 1000 volte non è un problema. I posti buoni sul campo di regata sono sempre affollati; soltanto se fai meglio qualcosa riesci a uscire dal gruppo, solo se sai dove andare scappi via. Nessuno ti regala niente. Non si improvvisa in barca. Barcellona è stato il risultato dell’improvvisazione. Quante brutte partenze e PMS.

 

Valentin Mankin è nato a Kiev. Nella sua carriera ha vinto tre medaglie d’oro e una d’argento alle Olimpiadi.

 

GdV – Ora riparti daccapo, con quale potere?
V.M. – Quello di un DT. Soprattutto se perdo posso analizzare il perché, posso cercare di capire dove ho sbagliato, posso correggere; prima con gli allenatori di classe se si perdeva le ragioni erano cento. Non sapevo cosa era stato fatto, quali le cause.

GdV- Come è strutturato lo staff?
V.M. – La nostra base sono gli allenatori personali, gli allenatori di circolo. E il CPO deve essere l’università per gli allenatori, la sede della ricerca e della squadra olimpica. Non più sede di raduni giovanili che durano tre giorni e costano un sacco di soldi. Per i giovani riserviamo i mesi dell’estate quando la squadra non c’è, le scuole sono chiuse e i bambini possono fermarsi non tre giorni ma due settimane. Ma la base restano gli allenatori di circolo, quelli che fanno crescere gli atleti. Noi forniamo loro il programma e gli specialisti. Ma veniamo allo staff. Dall’esperienza del Moro, che è un esempio per tutti noi, viene Andrea Madaffari, preparatore atletico: in lui vedo il primo allenatore. Il problema della preparazione fisica è fondamentale. Non ho mai visto un Paese con così tanti bravi preparatori atletici e atleti così deboli fisicamente. Essere forti significa non avere paura del vento. L’anno scorso al mattino facevo ginnastica ero solo come un cane. Poi c’è il problema della preparazione delle barche e Giovanni Neri del CPO ha le mani d’oro. Per l’allenamento in mare dove occorrono sicurezza, assistenza e tante altre cose ci sono Marco Mercuriali e Manfredo Audizio. A queste quattro persone dobbiamo aggiungere uno psicologo e un medico perché lavoriamo sempre al massimo e qualcosa si può rompere: li sto cercando.

GdV – Come è strutturato lo staff?
V.M. – La nostra base sono gli allenatori personali, gli allenatori di circolo. E il CPO deve essere l’università per gli allenatori, la sede della ricerca e della squadra olimpica. Non più sede di raduni giovanili che durano tre giorni e costano un sacco di soldi. Per i giovani riserviamo i mesi dell’estate quando la squadra non c’è, le scuole sono chiuse e i bambini possono fermarsi non tre giorni ma due settimane. Ma la base restano gli allenatori di circolo, quelli che fanno crescere gli atleti. Noi forniamo loro il programma e gli specialisti. Ma veniamo allo staff. Dall’esperienza del Moro, che è un esempio per tutti noi, viene Andrea Madaffari, preparatore atletico: in lui vedo il primo allenatore. Il problema della preparazione fisica è fondamentale. Non ho mai visto un Paese con così tanti bravi preparatori atletici e atleti così deboli fisicamente. Essere forti significa non avere paura del vento. L’anno scorso al mattino facevo ginnastica ero solo come un cane. Poi c’è il problema della preparazione delle barche e Giovanni Neri del CPO ha le mani d’oro. Per l’allenamento in mare dove occorrono sicurezza, assistenza e tante altre cose ci sono Marco Mercuriali e Manfredo Audizio. A queste quattro persone dobbiamo aggiungere uno psicologo e un medico perché lavoriamo sempre al massimo e qualcosa si può rompere: li sto cercando.

GdV – Una mezza rivoluzione…
V.M. – No, una porta aperta. L’allenatore deve conoscere tutti i problemi dalla meteorologia alla preparazione atletica. Quando vedo che nell’Optimist gli allenatori aspettano che arrivino altri allenatori per fare la preparazione atletica credo che si sbagli. Ma di più: con questo sistema non c’è qualcuno che “comanda”. Se un allenatore porta i suoi allievi al massimo livello diventa lui allenatore della classe nella squadra olimpica. Sarà lui che andrà alle Olimpiadi, noi diamo solo il sostegno.

GdV – Questo lo staff. E per quanto riguarda la squadra?
V.M. – Abbiamo tre gruppi, il primo con i migliori in Italia per risultati come vuole il CONI. Sono i PO, Probabili Olimpici, i classificati nei primi sei a mondiali ed europei; il secondo gruppo Interesse Olimpico, con tutti i campioni italiani. Infine il terzo gruppo, la squadra ad Alta Specializzazione, con tutti quelli che per una qualsiasi ragione, una malattia, un contrattempo, non hanno fatto risultato ma che hanno talento.

GdV – Nella squadra numero uno però non ci sono tutte le classi…
V.M. – Manca il Finn perché Emanuele Vaccari mi ha detto che vuole riposarsi e non posso certo metterlo dentro a forza. Anche per il Tornado è la stessa cosa. Zuccoli ha molti impegni, comunque se farà i risultati, se entra nel 20 per cento avrà lo stesso sostegno degli altri. Vale per tutti.

GdV – Come mai solo ora tutte queste novità?
V.M. – Nel ‘90 quando sono arrivato, Sergio Gaibisso mi ha detto “prendi tutto in mano” ma non ero pronto: per la lingua, perché non conoscevo la mentalità. Gli allenatori erano stati licenziati, ma non credevo che abbandonassero così. Non pensavo che non gli piacesse il loro lavoro. Dopo tre mesi da solo sono tornati. Ho cominciato subito la scuola allenatori ma ognuno aveva il suo impegno. Chi il negozio, chi la veleria, chi altro. Non sapevo cosa stessero facendo. Sapevo che ricevevano lo stipendio. Parlavamo lingue diverse, in tutti i sensi. Solo adesso con il presidente, con Arrigo Marri (presidente della Commissione Classi Olimpiche ndr) e Paolo Rosi (Commissione Attività Agonistica Nazionale ndr) posso fare il mio lavoro; quello di un direttore tecnico, di un allenatore di calcio: ci sono tanti ruoli ma il programma è unico. Ma esistono tanti problemi. Quello delle selezioni diverse da classe a classe. Solo per la Star è chiaro e consente di fare programmi. Per l’Europa tra febbraio e marzo abbiamo cinque selezioni nazionali, spesa 40 milioni, e si allontana la preparazione. Se non si parte dal Circolo, e poi dalla zona e quindi, come dire, dall’Italia, non avremo mai una nazionale.

GdV – Dici che bisogna partire dai Circoli, ma i Circoli hanno sempre meno soldi. Come si fa?
V.M. – Per fare gli allenamenti di Circolo, per fare le piccole regate di Circolo, non servono i milioni. Serve solo che il Circolo voglia vivere. E poi se c’è da fare la regata zonale il Circolo i soldi li trova, anche per fare la regata nazionale. I soldi ci sono, occorre usarli bene. A cosa sono serviti i risultati del mondiale Laser, quasi 60 milioni di spesa? A nulla!

GdV – Hai qualche preclusione verso qualcuno?
V.M. – Non sono un cretino, tutti sono importanti. E soprattutto non voglio più vedere la bandiera italiana così in basso.

GdV – Sei soddisfatto?
V.M. – Direi di sì. Mi piace lavorare e mi piacciono le difficoltà. Ho 54 anni e dopo quasi 30 di attività da atleta e allenatore pensavo di finire da pensionato, a fare il pescatore. Oggi invece ho trovato una seconda vita. Però a volte esistono problemi che non capisco proprio. Per esempio, a ottobre e a novembre quando non ci sono raduni, vado ad Antignano a tenere delle lezioni sul regolamento: è importante parlare, porsi problemi, continuare a studiare. Beh, qualcuno ha detto che non devo farlo. Ma come, sto lavorando per tutti e non va bene? Forse è più giusto non fare nulla e aspettare lo stipendio? Non credo, anche perché quei soldi non guadagnati vengono tolti all’attività dei più giovani.

GdV – È un programma impegnativo; riuscirai ad attuarlo fino in fondo?
V.M. – Si. Lo dimostra il fatto che un personaggio come Enrico Chieffi è qui, lo dimostra il lavoro già cominciato. Ma una cosa credo sia importante per il suo successo: ora non esiste nessuno su un piedistallo. Chi tra gli allenatori sale, sale per il lavoro svolto con i suoi allievi e non c’è qualcuno che sta sopra e basta. Lo stesso per gli atleti. Però senza scambio di informazioni tutto diventa difficile; per questo parlo di porta aperta. Se un lettore, un allenatore, un atleta, un appassionato, chiunque vuole farci una domanda, porre un problema, ci scriva, venga qui al CPO. Gli risponderemo. Qui nascerà, già esiste, l’università della vela.

GdV – Come si sente oggi Valentin Mankin?
V.M. – Bene. Abbiamo tanto lavoro. I colleghi e i ragazzi sono caricati: 24 ore sono poche per tutto quello che dobbiamo fare. E poi io ho una gran voglia di dare: mi rende felice.

di Emilio Martinelli


NDR – Valentin Mankin si è spento a Viareggio, il il 1º giugno 2014. Il suo apporto alla vela azzurra è stato determinante e ha contribuito a formare una delle migliori generazioni di velisti italiani.


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